Soviet Unit

May 202013
 
Regression - 01

La ‘domanda aggregata’ è la domanda totale di beni e servizî in un’economia. Nel 1962 un certo Arthur Okun identificò un effetto macroeconomico regolare, da allora noto come la ‘Legge di Okun’, secondo cui se la domanda aggregata aumenta, la disoccupazione diminuisce. Ve lo dico con altre parole: l’osservazione dei dati dimostrava che ogni volta che in un paese aumenta la richiesta di beni e servizî, voi non ci crederete, ma vengono impiegate più persone per produrre i beni e i servizî richiesti, e la disoccupazione scende.

A voi ora sembrerà banale perché siete gente poco istruita, ma pare che una buona parte di economisti, ed evidentemente la parte che viene ascoltata più volentieri da chi decide le politiche nazionali, regionali e globali, sia scettica rispetto a questa osservazione. Perché? Perché se questo fosse vero, sarebbe l’ennesima prova del fatto che minchiate concetti come la flexicurity sono minchiate ingiustificati in termini di stimolo all’occupazione. Se la Legge di Okun fosse effettivamente una legge macroeconomica semplice ed universale, allora si potrebbe pensare che una politica responsabile, in questo momento, dovrebbe occuparsi di creare la domanda, di investire per promuovere la produzione, allo scopo di creare posti di lavoro.

Invece conviene perpetuare il principio che è il mercato che crea posti di lavoro, e che se non trovi lavoro è perché non ti aggiorni o sei schizzinoso, o perché i privilegiati che già stanno lavorando non possono essere licenziati per far spazio a te, o perché la regolamentazione e la burocrazia impediscono al mercato di espandersi come potrebbe.

Dopo il 2008, a taluni non è parso vero di rompere gli indugi e proclamare che, se anche la Legge di Okun fosse stata vera, la Grande Recessione ha cambiato tutto e ora essa non vale più. È il cosiddetto new normal: anche se l’economia riprende, non è detto che lo faccia l’impiego, perché purtroppo nel frattempo la tecnologia ha fatto passi da gigante e molti dei lavori che vorreste indietro ora li possono fare le macchine. Aggiornatevi. Per inciso, c’è anche Paul Superstar Krugman fra questi. Io sarò un cretino, ma questo Premio Nobel mi convince sempre meno.

Il, diciamo così, “fondamento” di questa ipotesi è, come spesso accade in questi casi, un fenomeno isolato ed episodico (e peraltro neppure reale, pare): la cosiddetta jobless recovery, la “ripresa senza occupazione” che si sarebbe vista solo negli USA.

Molto bene. Nel novembre del 2012, tre ricercatori del Fondo Monetario Internazionale hanno pubblicato questo paper (pdf), in cui, dati alla mano, si dimostra che:

  1. La legge di Okun in realtà è piuttosto pervasiva, cioè si presenta regolarmente in economie molto diverse tra loro
  2. Il 2008 non ha cambiato le cose. Le jobless recovery non sono altro che e riprese fragili o molto lente.
  3. L’effetto è molto rapido, nel senso che si osserva già nei dati trimestrali.

E si conclude che (traduzione mia):

E’ raro chiamare ‘legge’ una correlazione macroeconomica. Ma crediamo che la Legge di Okun se lo sia meritato. Non è universale quanto la legge di gravità (che ha gli stessi parametri in tutte le economie avanzate), ma è robusta e stabile rispetto agli standard della macroeconomia. Le segnalazioni di deviazioni da questa regola sono spesso esagerate. La Legge di Okun è senz’altro più affidabile di una tipica relazione macroeconomica come la curva di Phillips, che richiede continui aggiustamenti a fronte di anomalie nei dati.

Sicché – suggerisco di tener presente questa fonte la prossima volta che vi trovate a parlare con qualcuno Fornero- (o Ichino-) style e questi dovesse lanciarsi nella retorica di ‘non impiego ma impiegabilità a vita’. Quest’ultima non è un modo per rilanciare l’occupazione. In più, l’osservazione finale è tanto più pertinente in quanto dà la misura della ‘certezza’ in macroeconomia, da confrontare con l’idea del ‘tecnico’ che interviene sull’economia come se fosse una macchina da aggiustare, calibrare, registrare. Il bello è che non lo dico io, lo dice il Fondo Monetario Internazionale.

C’è anche un’analisi interessante a questo proposito. Gli autori, che stimano la forza (e la robustezza) della relazione in 20 economie avanzate, trovano che esistono differenze significative fra i vari paesi. La loro ipotesi è che siano legate al livello di protezione (o rigidità, se preferite) del lavoro. L’OCSE traccia questa variabile con un indice (di cui scritto in altre occasioni. Per esempio qui), che sintetizza con un punteggio quanto la normativa relativa ai rapporti di lavoro sia, per l’appunto, protettiva o meno dell’impiego – e nel documento si tenta di trovare una correlazione fra le due cose: ovvero, si cerca di capire se, in presenza di una regolamentazione più rigida del lavoro, la disoccupazione sia meno sensibile a variazioni della domanda. Rispetto a questo, gli autori notano quanto segue:

Abbiamo cercato le variabili che spiegano il coefficiente di Okun (cioè l’intensità di questa relazione, ndr), ma i nostri risultati sono stati per lo più negativi. Un fallimento interessante è quello del noto indice della protezione del lavoro (IPL) dell’OCSE. In teoria, una maggiore protezione del lavoro dovrebbe affievolire gli effetti di variazioni nella produzione, e quindi ridurre il coefficiente di Okun. [...] [Ma] la relazione fra le due variabili ha il segno sbagliato, e non è statisticamente significativa. Allo stesso modo, non troviamo nessuna relazione fra il coefficiente di Okun e due altri fattori potenzialmente correlati: la disoccupazione giovanile e la disoccupazione di lungo periodo.
 Il che significa che non solo la disoccupazione è controllabile stimolando la produzione (l’output), ma la protezione del lavoro non cambia questa relazione. La mia ipotesi, se vi interessa, è che la flessibilizzazione ha il puro e semplice effetto di ridurre il potere negoziale dei lavoratori, e di conseguenza, ridurne il salario. Il che ha effetti macroeconomici, tipo aumentare il surplus commerciale perché la domanda interna non è in grado di assorbire la produzione. E’ il famoso modello tedesco, tanto perché lo sappiate: solo che funziona a patto che ci sia qualcuno disposto ad importare da noi, e in ogni caso è sempre la classe lavoratrice che ci smena. E siccome invece siamo noi ad essere costretti ad importare dalla Germania, traete voi le vostre conclusioni.
May 192013
 
Bankruptocracy Animated

Yanis Varoufakis, per chi non lo conoscesse, è un economista greco (@yanisvaroufakis, o meglio ancora, il suo blog), autore di un libro intitolato Il Minotauro Globale, per chi non l’avesse letto. Il libro sarebbe godibile se non fosse agghiacciante, per cui vi consiglio di leggerlo – ed è un’analisi del modo in cui la crisi del ’29, la Grande Depressione, ha generato il mondo nuovo in cui è stata possibile quella del 2008, la Grande Recessione. Contiene diversi spunti interessanti che meritano annotazioni, commenti e approfondimenti, ma prima di tutto mi piaceva evidenziare come per la prima volta (per quanto ne so io, che ammetto non essere molto) si cerchi di caratterizzare l’epoca che stiamo vivendo come qualcosa di diverso da una ‘Crisi’ – cioè da uno sconvolgimento temporaneo, per quanto profondo, che prima o poi si risolverà in un equilibrio simile a quello che esisteva prima che la crisi si presentasse.

La crisi propriamente detta è già passata. Secondo Varoufakis, viviamo i primi anni di una nuova fase strategica – la terza, dopo quella del Piano Globale e del Minotauro Globale. Presumo che mi capiterà di riparlarne – ad ogni modo, per amor di chiarezza, il Minotauro Globale è il meccanismo di riciclo del surplus produttivo instauratosi all’inizio degli anni ’70, quando gli Stati Uniti sono diventati l’importatore principale di tutto, da qualunque parte del mondo – e l’economia ha cominciato a sostenersi finanziando il deficit pubblico e commerciale degli USA. Questo meccanismo è stato scardinato dalla crisi del 2008, e nel libro, la nuova epoca è descritta così (traduzione mia):

[...] la Crisi subisce continue metamorfosi, riscuotendo il proprio tributo in modi diversi in luoghi diversi. Questa non è più una crisi finanziaria. Non è neppure una crisi economica. E’ diventata una crisi politica.

[...] Tempo fa, il dibattito politico ed economico era dominato dalla contrapposizione Sinistra / Destra. Sul lato rosso, la Sinistra sosteneva che la vita economica fosse troppo importante per essere lasciata alle forze del mercato, e che la società sarebbe stata meglio con una pianificazione centralizzata delle attività economiche. Sul lato blu, i partigiani del libero mercato ribattevano che il modo migliore per servire il bene comune era di consentire che un processo darviniano, basato sul mercato, eliminasse le pratiche economiche meno efficienti, così che quelle efficaci potessero prevalere. Nel 1991, il lato rosso subì una sconfitta catastrofica, dalla quale non si è mai completamente riavuto. Nel 2008, senza che i più se ne siano accorti, è stato il turno del lato blu. Perché da quel momento, visti gli sviluppi successivi su entrambe le sponde dell’Atlantico, niente sembra avere più successo del fallimento più completo.

Anzi, il processo darviniano sembra essere stato capovolto. Più un’organizzazione privata è fallimentare, e quanto più sono catastrofiche le sue perdite, tanto maggiore è il potere che gli viene successivamente conferito, col volenteroso finanziamento dei contribuenti. In breve, il socialismo è morto nell’Età dell’Oro del Minotauro Globale, e del capitalismo ci si è sbarazzati in sordina nel momento in cui la Bestia ha terminato di dominare l’economia mondiale. Al suo posto, abbiamo un nuovo ordine sociale: la Bancarottocrazia – il governo delle banche fallite (se mi fosse permesso di indulgere nel Greco, la chiamerei ptocotrapezocrazia).

Difficile dire ‘non è vero‘, eh? Beh, quantomeno, mi pare che il nemico ricominci ad avere un volto, dei lineamenti meglio definiti rispetto a ‘la Crisi’. Qualcuno ha appena preso il potere, gente. E’ contro questo che bisogna combattere.

P.S.: ptoco = povero (ma anche ‘fallito’) e trapeza = banca. Ptocotrapezocrazia = governo delle banche fallite.

May 182013
 
TTIPIcon

Fin’ora, almeno nei titoli di testa, il Partenariato Transatlantico Commerciale e d’Investimenti (o Transatlantic Trade and Investement Partnership, TTIP) non si è ancora fatto notare, come del resto il suo accordo gemello – quello Transpacifico (TPP, o Transpacific Trade Partnership), che è a uno stato più avanzato di definizione. Entrambi sono parte della strategia  degli Stati Uniti per il mantenimento della propria egemonia globale, e senza che ce ne accorgiamo, stanno per stabilire un nuovo ordine politico e legale che metterà i nostri diritti, come cittadini e lavoratori, in una nuova e interessante prospettiva. La forma che questi accordi prenderanno ci coinvolge direttamente, per cui trovo quantomeno bizzarro che non ci sia nessun accenno di dibattito pubblico sulla faccenda – specie perché la documentazione che si trova in rete ricade in due sole categorie: (1) ottimistici comunicati ufficiali e (2) commenti giornalistici allarmanti.

Laonde ho deciso, nel mio piccolo, di mettere insieme quello che riesco a trovare sulla faccenda, giusto per mettere la pulce nell’orecchio ai miei cinque lettori. E chissà mai.

La Partnership Transatlantica è stata annunciata nel Discorso sullo Stato dell’Unione di Barack Amico-Dei-Poveri Obama di quest’anno (qui trovate trascrizione e traduzione integrali). Il Presidente degli Stati Uniti ha detto:

Per incrementare le esportazioni americane, supportare la creazione di posti di lavoro americani, e ripianare il campo di gioco nei mercati crescenti dell’Asia, intendiamo completare le negoziazioni per la Partnership TransPacifica. E stasera, annuncio che lanceremo una Partnership Transatlantica per il Commercio e l’Investimento con l’Unione Europea – perché il commercio libero ed equo attraverso l’Atlantico supporterà milioni di posti di lavoro americani ben pagati.

E Obama è un uomo onorevole. L’annuncio dell’inizio dei negoziati è stato dato il 13 febbraio, il giorno dopo il Discorso. Come infarinatura ho messo insieme uno Storify che trovate in calce a questo post, e come antipasto, eccovi passi scelti dalla traduzione (mia) di un articolo abbastanza approfondito:

La Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) è l’ultimo programma voluto dalle corporation tra quelli comunemente definiti “accordi di libero scambio” (Free Trade Agreements), che in realtà si traducono in “consolidamenti geopolitici delle corporation“: grandi conglomerati finanziari che dirigono e impongono le politiche nazionali [...] verso la costruzione di struttore che facilitino la concentrazione globale del potere finanziario, economico e politico nelle mani di un numero relativamente ristretto di grandi imprese.

Nel momento peggiore della fase iniziale della crisi finanziaria ed economica, nel gennaio del 2009, Henry Kissinger [vi dice niente? ndr] scrisse un articolo per il New York Times [...] [in cui osservava] che il mondo economico è globalizzato, ma quello politico no. [...] La vittoria elettorale del Presidente Obama era un’ “opportunità” nella “definizione di un nuovo ordine globale.” Ma questa opportunità doveva diventare “politica”attuata attraverso una “grande strategia”. Un pilastro centrale di questa grande strategia avrebbe dovuto includere il rafforzamento della “partnership atlantica“, che “sarebbe dipesa molto di più da politiche condivise”.

[già] nel 2007, il summit dei leader UE-USA – che includeva il Presidente USA Bush, il Cancelliere tedesco Angela Merkel, e il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso – ha istituito il Transatlantic Economic Council (TEC) per promuovere la cooperazione economica tra le due regioni.

Il discorso su queste manovre non solo avviene in sordina, ma è anche ammantato in un linguaggio orwelliano che Marshall (l’autore dell’articolo) traduce come segue:

Austerity significa impoverimento della popolazione

Riforma strutturale significa sfruttamento delle persone e delle risorse, e concentramento del potere politico nelle mani delle corporation

Investimento significa controllo dell’economia da parte delle corporation

Concorrenza è protezionismo per le corporation

Crescita sono i loro profitti.

La crisi del 2008 ha momentaneamente rallentato l’iniziativa – ma al tempo stesso le ha dato un nuovo e più potente ruolo nel mondo  che sta emergendo nella sua scia:

La partnership transatlantica è un mattone centrale nella costruzione di questo ‘nuovo ordine mondiale’. [la partnership] è stata riavviata nel summit EU-USA del novembre del 2011, quando i leader politici che ne fanno parte hanno dato disposizione al Transatlantic Economic Council di creare un Gruppo di Lavoro di Alto Livello su Lavoro e Crescita, guidato dal Rappresentante USA per il Commercio Estero, Ron Kirk, e il membro della Commissione per il Commercio UE, Karel De Gucht, e con il compito di “identificare politiche e misure per aumentare il commercio e l’investimento UE-USA per supportare una creazione di posti di lavoro a beneficio di entrambi, crescita e conomica e competitività internazionale,” lavorando a stretto contatto con gruppi dei settori pubblico e privato.

Insomma, se volete un consiglio, drizzate le orecchie – perché credo che ci sarà da ridere, e non vorrei che, un’altra volta ancora, sembri che le cose piovano dal cielo.

Intanto, eccovi lo Storify di cui parlavo, che aggiornerò a mano a mano che trovo materiale.

 

May 152013
 
Capital

L’intero discorso sul copyright è viziato dalla logica di fondo, che non viene mai messa in discussione: ovvero, quando si ‘scarica’ la copia di una traccia musicale o di un film, vi raccontano che state compiendo un furto (ricordate lo spot? “non ruberesti mai un televisore…”). Quello che in realtà succede è che voi nel caso fabbricate una copia, non la rubate – non si tratta di un oggetto che viene sottratto e di cui il precedente possessore non potrà più usufruire. Ma il trucco serve a darci ad intendere che stiamo compiendo un’azione eticamente scorretta, che contribuisce a far perdere posti di lavoro, sottrae guadagni legittimi eccetra eccetra.

Ho affrontato l’argomento in uno dei primi articoli di questo blog, in cui si mostrava come in realtà i propugnatori di questa logica barino da diversi punti di vista – incluso anche il fatto che il legame fra la cosiddetta ‘pirateria’ e i posti di lavoro ‘sottratti’ è tutt’altro che chiaro.

Ad ogni modo, l’idea di fondo è che: io ho investito nella creazione dell’opera prima, per cui tutti i profitti devono andare a me, altrimenti non ho nessun incentivo a investire. Questo ovviamente succede solo se il profitto entra nell’equazione, altrimenti, per l’appunto, non ho incentivi a tenermi per me i risultati della ricerca, il cui fine diventa il profitto sociale. Ma vabbeh. Hanno speso anni a convincerci che questo secondo modello non può funzionare. Per cui, ecco una notizia riportata un paio di settimane fa da USA Today (tra gli altri): La Corte Suprema è dalla parte di Monsanto in un importante contenzioso sui brevetti.

Alcuni passi scelti (traduzione nostra):

La Corte ha stabilito all’unanimità che un coltivatore dell’Indiana ha violato i diritti di Monsanto in relazione a un brevetto consistente in semi di soia geneticamente modificati, quando ne ha acquistati alcuni da un deposito di stoccaggio e li ha usati per crescere e ripiantare le proprie coltivazioni negli anni seguenti.

[la Corte] ha evidenziato che Monsanto ha speso centinaia di milioni di dollari per oltre un decennio per perfezionare i propri semi di soia – cosa che non avrebbe fatto sapendo che altri avrebbero potuto riprodurli così facilmente.

Bowman [il coltivatore, ndr] sosteneva che i semi fossero auto-replicanti, ma Kagan [la giudice, ndr] ha ribattuto che una difesa che “dà la colpa ai semi” non aveva senso.

“Bowman non è stato un osservatore passivo della moltiplicazione dei propri semi,” ha detto. “O, in altri termini, i semi che ha comprato, per quanto miracolosi sotto altri aspetti, non hanno creato spontaneamente i successivi otto raccolti.”

“E’ stato Bowman, e non i semi, ad aver controllato la riproduzione del brevetto di Monsanto per le otto generazioni successive”.

I rappresentanti della Monsanto hanno applaudito la decisione, non solo per l’azienda ma per tutti gli innovatori in ogni forma e dimensione.

“La decisione odierna della corte assicura che i tradizionali principi della legge sui brevetti si applicheranno alle tecnologie innovative del ventunesimo secolo, che sono centrali nel soddisfare le necessità del nostro pianeta e dei suoi abitanti,” ha detto David F. Snively, il vicepresidente dell’azienda.

Non so a voi, ma la vicenda a me sembra paradossale. Per esempio, è buffo che Monsanto abbia spesso ‘milioni di dollari’ nello sviluppo di questa invenzione ritenendo che un seme non fosse replicabile da altri. E’ un cacchio di seme. Piuttosto, l’ha fatto nella certezza che la legislazione avrebbe artificialmente impedito che questo avvenisse, proteggendo il proprio monopolio. A proposito di libero mercato. Dopodiché, la difesa del coltivatore non fa che perpetuare l’assurdità – cioè sostiene che la colpa sia dei semi, che, per l’appunto, si replicano in quanto tali: la giudice giustamente nota che lui ci ha messo del lavoro, invece. Ora, la logica suggerirebbe (come nel caso delle copie digitali), che al coltivatore spetterebbe un profitto in virtù del suo lavoro – altrimenti non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto fare quello che ha fatto. Ma in questo contesto pare sconsigliabile sostenere l’ovvio, cioè che senza il coltivatore, i semi non avrebbero prodotto alcun profitto.

Infine, il signor Snively sostiene che la protezione dei brevetti sia centrale nel “soddisfare le necessità del pianeta etc. etc.”. Che è bizzarro, dal momento che se fosse così, proprio il fatto di aver prodotto un seme (estremamente resistente) così facilmente replicabile sodisferebbe le necessità del pianeta e dei suoi abitanti SE si permettesse di replicarlo liberamente, non se fosse invece mantenuto di stretta proprietà di un’azienda sola.

L’idea è che far questo tolga gli incentivi all’innovazione. Vero, ma è solo una mezza verità: toglierebbe gli incentivi all’innovazione a Monsanto e a quelli come lei, non in assoluto. E le centinaia di milioni di dollari sarebbero più produttivi per la collettività se il loro prodotto fosse socializzato – altrimenti è come è, ci guadagna solo Monsanto.

I sostenitori di questo modo di pensare ancora son convinti che si basi sull’adeguarsi al modo in cui le persone agiscono naturalmente, cioè, per profitto. Il che porta a ritenere che sia logico aspettarsi che un seme non sia ‘facilmente riproducibile’ (che invece sarebbe la cosa naturale). La stessa gente ritiene di essere paladina del libero mercato – ma ritenere che un seme non si possa riprodurre è possibile perché invece il mercato è pesantemente regolamentato, a favore del monopolista: se il mercato fosse libero, il problema neanche si porrebbe. Infine, il cazzone Bowman, che coltiva i semi (per altro, comprati) si difende dicendo che non ha fatto nulla di male perché il suo lavoro non conta nel produrre valore, sostenendo cioé non è colpa sua se i semi si possono riprodurre.

Ora, ditemi ancora che questo è naturale?

Badate bene che la notizia, per quanto sembri una delle molteplici che si succedono nel mondo, è invece chiave perché è un sintomo di quanto forte sia tutt’ora la posizione del capitale rispetto al lavoro – e soluzioni come queste sono destinate a diventare la regola.

Per inciso, questo sta per diventare un regime mondiale, per mezzo di due azioni attualmente in corso sottotraccia, di cui avremo occasione di parlare in articoli successivi: la Trans Pacific Partnership, e la Trans Atlantic Trade and Investment Partnership, il cui scopo è precisamente stabilire accordi sovranazionali in cui aziende come la Monsanto non siano più neppure soggette alla legge, nella decisione di casi come il precedente. Preparatevi, perchè quando ve ne accorgerete sarà già troppo tardi.

Non dite che non ve l’avevo detto.

May 082013
 
ScatolettaDiTonno

Nel periodo pre-elezioni di febbraio ho scritto due post rispetto ai quali oggi trovo solo conferme – se vi interessano, mi riferisco a questo e quest’altro. Posso riassumervi la mia tesi nei seguenti due punti: (1) un movimento il cui progetto si riduce alla ripulitura del sistema non andrà da nessuna parte perché (2) la Casta siamo noi. Beh, credo che il Movimento 5 Stelle abbia il merito di averlo ampiamente dimostrato.

Io non credo che il problema sia che il M5S e in particolare i suoi onorevoli cittadini eletti siano stati normalizzati dal sistema: non credo, cioè, che una volta entrati siano stati cambiati dai meccanismi del palazzo. Pensarla così ci riporta di nuovo all’errore fondamentale di credere che ci sia una soglia, una barriera invisibile che divide ‘la gente’ da ‘la politica’, che ci siano un ‘dentro’ e un ‘fuori’ dal sistema. Io credo che il M5S e i suoi onorevoli cittadini eletti fossero nel sistema GIA’ PRIMA di entrare nel palazzo. L’illusione di cui il movimento si è nutrito è proprio quella dell’esistenza di un ‘dentro’ (la famosa scatoletta di tonno) da espugnare, che non è mai esistito. Certo è indiscutibile che negli ultimi mesi quello che avviene in Parlamento sia improvvisamente diventato, in qualche modo, più aperto e visibile rispetto a quanto non fosse prima, il che in generale è un bene (e non è solo merito del MoVimento). Ma questo è servito solo a rompere un’altra illusione (ed è un bene, ripeto): quella del potere della trasparenza. Le ‘larghe intese’ sono state fatte sotto gli occhi di tutti. E infatti, ci piacciono (non a me, a noi come collettività chiamata in causa).

Il Movimento 5 Stelle e i suoi elettori hanno creduto che la gente comune fosse ‘migliore’. Io non ho dubbi che gli attivisti e gli onorevoli cittadini eletti siano ‘la gente comune’, ed è proprio questo il punto. La ‘gente comune’ è (siamo) questa qui, sono i Crimi e le Lombardi e tutta la costellazione di personaggi ormai pubblici di cui i media han preso gusto a farsi beffe. Noi per altro, e ancor di più gli elettori delusi del MoVimento, non ci diamo per vinti e non resistiamo a valutarli ancora una volta come diversi, altri, gente che sta ormai ‘dentro’. Volete dirmi che sotto i riflettori sono finiti quelli sbagliati? Vogliamo riprovarci e mettercene degli altri? Noi, per caso?

Una volta ‘dentro’, i cosiddetti grillini si sono trovati armati solo dall’illusione che li aveva portati fin lì, e con l’unica strategia del ‘non cedere a compromessi’. Il risultato è uno dei compromessi più vergognosi per le parti in causa, e dannosi per il paese, che si siano mai visti.

A scanso di equivoci non sto dicendo che è colpa loro, perché loro non potevano fare altro, intrappolati com’erano nella loro stessa favola di incorruttibilità e coerenza, e perché non sto commentando il modo specifico in cui questa favola si è rivelata per la favola che è – cioè la rielezione di Napolitano e un governo (di fatto) DC. Perché questi, per come la vedo io, son dettagli. Tuttavia, per quanto il programma M5S fosse articolato, la loro bandiera erano la ‘rimozione della Casta’ e l’austerità individuale come segno tangibile di quello che intendevano cambiamento. Con questo, si sono trovati inevitabilmente impantanati nel perseguimento di questi due (falsi) obiettivi prima di tutto il resto e come precondizione di credibilità rispetto a qualunque altra cosa vogliano fare. Per cui non conta più il modo in cui intendono, per esempio, rendere sostenibile la mobilità, finché la Casta sta dove sta e si permettono di spendere soldi.

Uno degli aspetti più pericolosi del modo in cui le persone credono di pensare è che ‘semplice’ e ‘complesso’ siano antagonisti – che la ‘purezza’ e la ‘coerenza’ siano un valore in sé, e soprattutto che la complessità sia un inganno. Non è così – è la complicazione che può essere un inganno: ma l’azione politica, anche quando è semplice, può tuttavia continuare ad essere complessa. Specie se siamo in una dannata democrazia.

Invece noi continuiamo a pensare, per esempio, che ogni compromesso sia cattivo in quanto compromesso, e che tutti i compromessi siano uguali, e quando non lo pensiamo, ragioniamo in termini di ‘male minore’. Mai – dico, mai – viene esplicitato il fondamento, l’orizzonte rispetto al quale queste valutazioni dovrebbero esser fatte, e cioè: ‘male minore’ rispetto a cosa? Qual’è il nostro obiettivo? Che cosa vogliamo? Di che tipo di male stiamo parlando? Per uscir fuori dal merito del M5S (che non è il problema, come prima non lo era ‘la Casta’), è lo stesso tipo di offuscamento che sta dietro tutto l’assurdo dibattito sul ‘se c’era Renzi’. ‘Se c’era Renzi’ FORSE il PD avrebbe recuperato parte dei voti del M5S e si sarebbe assicurato la maggioranza per governare – ma la domanda che ci si sarebbe dovuti fare è: vedere il PD (e soprattutto, questo PD) al governo è tutto quello che avremmo voluto (dico così ma io ho votato SEL, ndr)? Perché mi pare che se Renzi fosse andato al governo avremmo avuto delle facce diverse, FORSE, ma non un governo diverso. Perché per l’appunto e per esempio, Alfano e Renzi vengono dallo stesso, e vecchissimo, vivaio politico. Certo, Renzi ha un bel faccino, è presentabile. Lo stesso motivo per cui ci piaceva Monti. Lo stesso per cui ci piace Letta. Sempre lo stesso motivo. La Casta non è fatta di persone, e in particolare non è fatta da quelle persone lì. La Casta è solo uno degli aspetti di un sistema che va rimesso in discussione, e che coinvolge anche chi pensa di non farne parte, come noi.

Le ideologie saranno anche morte ma non mi state convincendo che sia un bene. Perché la loro rigidità dogmatica è stata buttata via (per semplificare) assieme al senso storico che esse includevano, all’idea di futuro che lasciavano intravvedere, all’urgenza di cambiamento che comportavano. Così non ci è rimasta che un’idea brulla di cambiamento, che si riduce al ritocco cosmetico che è il cambiamento di persone, di leggi, di pressione fiscale. E così l’opportunità di impegnarsi in una lotta per un futuro migliore è stata frantumata in miriadi di occasioni di sbattersi per qualche vantaggio momentaneo.

Un’idea di futuro rende il compromesso possibile perché ci permette di valutarlo in funzione di sé stessa – e rispetto ad essa ci possono essere compromessi buoni e compromessi cattivi. Altrimenti non ci rimane altro che l’interesse, e rispetto a questo ogni cedimento è un crimine perché non ci può essere nulla in cambio: la negoziazione è fine a sé stessa.

Per cui, io credo che almeno questo merito il Movimento 5 Stelle ce l’abbia – di aver dimostrato che siamo noi, ancora, che non vogliamo cambiare.

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