
La ‘domanda aggregata’ è la domanda totale di beni e servizî in un’economia. Nel 1962 un certo Arthur Okun identificò un effetto macroeconomico regolare, da allora noto come la ‘Legge di Okun’, secondo cui se la domanda aggregata aumenta, la disoccupazione diminuisce. Ve lo dico con altre parole: l’osservazione dei dati dimostrava che ogni volta che in un paese aumenta la richiesta di beni e servizî, voi non ci crederete, ma vengono impiegate più persone per produrre i beni e i servizî richiesti, e la disoccupazione scende.
A voi ora sembrerà banale perché siete gente poco istruita, ma pare che una buona parte di economisti, ed evidentemente la parte che viene ascoltata più volentieri da chi decide le politiche nazionali, regionali e globali, sia scettica rispetto a questa osservazione. Perché? Perché se questo fosse vero, sarebbe l’ennesima prova del fatto che minchiate concetti come la flexicurity sono minchiate ingiustificati in termini di stimolo all’occupazione. Se la Legge di Okun fosse effettivamente una legge macroeconomica semplice ed universale, allora si potrebbe pensare che una politica responsabile, in questo momento, dovrebbe occuparsi di creare la domanda, di investire per promuovere la produzione, allo scopo di creare posti di lavoro.
Invece conviene perpetuare il principio che è il mercato che crea posti di lavoro, e che se non trovi lavoro è perché non ti aggiorni o sei schizzinoso, o perché i privilegiati che già stanno lavorando non possono essere licenziati per far spazio a te, o perché la regolamentazione e la burocrazia impediscono al mercato di espandersi come potrebbe.
Dopo il 2008, a taluni non è parso vero di rompere gli indugi e proclamare che, se anche la Legge di Okun fosse stata vera, la Grande Recessione ha cambiato tutto e ora essa non vale più. È il cosiddetto new normal: anche se l’economia riprende, non è detto che lo faccia l’impiego, perché purtroppo nel frattempo la tecnologia ha fatto passi da gigante e molti dei lavori che vorreste indietro ora li possono fare le macchine. Aggiornatevi. Per inciso, c’è anche Paul Superstar Krugman fra questi. Io sarò un cretino, ma questo Premio Nobel mi convince sempre meno.
Il, diciamo così, “fondamento” di questa ipotesi è, come spesso accade in questi casi, un fenomeno isolato ed episodico (e peraltro neppure reale, pare): la cosiddetta jobless recovery, la “ripresa senza occupazione” che si sarebbe vista solo negli USA.
Molto bene. Nel novembre del 2012, tre ricercatori del Fondo Monetario Internazionale hanno pubblicato questo paper (pdf), in cui, dati alla mano, si dimostra che:
- La legge di Okun in realtà è piuttosto pervasiva, cioè si presenta regolarmente in economie molto diverse tra loro
- Il 2008 non ha cambiato le cose. Le jobless recovery non sono altro che e riprese fragili o molto lente.
- L’effetto è molto rapido, nel senso che si osserva già nei dati trimestrali.
E si conclude che (traduzione mia):
E’ raro chiamare ‘legge’ una correlazione macroeconomica. Ma crediamo che la Legge di Okun se lo sia meritato. Non è universale quanto la legge di gravità (che ha gli stessi parametri in tutte le economie avanzate), ma è robusta e stabile rispetto agli standard della macroeconomia. Le segnalazioni di deviazioni da questa regola sono spesso esagerate. La Legge di Okun è senz’altro più affidabile di una tipica relazione macroeconomica come la curva di Phillips, che richiede continui aggiustamenti a fronte di anomalie nei dati.
Sicché – suggerisco di tener presente questa fonte la prossima volta che vi trovate a parlare con qualcuno Fornero- (o Ichino-) style e questi dovesse lanciarsi nella retorica di ‘non impiego ma impiegabilità a vita’. Quest’ultima non è un modo per rilanciare l’occupazione. In più, l’osservazione finale è tanto più pertinente in quanto dà la misura della ‘certezza’ in macroeconomia, da confrontare con l’idea del ‘tecnico’ che interviene sull’economia come se fosse una macchina da aggiustare, calibrare, registrare. Il bello è che non lo dico io, lo dice il Fondo Monetario Internazionale.
C’è anche un’analisi interessante a questo proposito. Gli autori, che stimano la forza (e la robustezza) della relazione in 20 economie avanzate, trovano che esistono differenze significative fra i vari paesi. La loro ipotesi è che siano legate al livello di protezione (o rigidità, se preferite) del lavoro. L’OCSE traccia questa variabile con un indice (di cui scritto in altre occasioni. Per esempio qui), che sintetizza con un punteggio quanto la normativa relativa ai rapporti di lavoro sia, per l’appunto, protettiva o meno dell’impiego – e nel documento si tenta di trovare una correlazione fra le due cose: ovvero, si cerca di capire se, in presenza di una regolamentazione più rigida del lavoro, la disoccupazione sia meno sensibile a variazioni della domanda. Rispetto a questo, gli autori notano quanto segue:
Abbiamo cercato le variabili che spiegano il coefficiente di Okun (cioè l’intensità di questa relazione, ndr), ma i nostri risultati sono stati per lo più negativi. Un fallimento interessante è quello del noto indice della protezione del lavoro (IPL) dell’OCSE. In teoria, una maggiore protezione del lavoro dovrebbe affievolire gli effetti di variazioni nella produzione, e quindi ridurre il coefficiente di Okun. [...] [Ma] la relazione fra le due variabili ha il segno sbagliato, e non è statisticamente significativa. Allo stesso modo, non troviamo nessuna relazione fra il coefficiente di Okun e due altri fattori potenzialmente correlati: la disoccupazione giovanile e la disoccupazione di lungo periodo.


