Control

May 202013
 
Regression - 01

La ‘domanda aggregata’ è la domanda totale di beni e servizî in un’economia. Nel 1962 un certo Arthur Okun identificò un effetto macroeconomico regolare, da allora noto come la ‘Legge di Okun’, secondo cui se la domanda aggregata aumenta, la disoccupazione diminuisce. Ve lo dico con altre parole: l’osservazione dei dati dimostrava che ogni volta che in un paese aumenta la richiesta di beni e servizî, voi non ci crederete, ma vengono impiegate più persone per produrre i beni e i servizî richiesti, e la disoccupazione scende.

A voi ora sembrerà banale perché siete gente poco istruita, ma pare che una buona parte di economisti, ed evidentemente la parte che viene ascoltata più volentieri da chi decide le politiche nazionali, regionali e globali, sia scettica rispetto a questa osservazione. Perché? Perché se questo fosse vero, sarebbe l’ennesima prova del fatto che minchiate concetti come la flexicurity sono minchiate ingiustificati in termini di stimolo all’occupazione. Se la Legge di Okun fosse effettivamente una legge macroeconomica semplice ed universale, allora si potrebbe pensare che una politica responsabile, in questo momento, dovrebbe occuparsi di creare la domanda, di investire per promuovere la produzione, allo scopo di creare posti di lavoro.

Invece conviene perpetuare il principio che è il mercato che crea posti di lavoro, e che se non trovi lavoro è perché non ti aggiorni o sei schizzinoso, o perché i privilegiati che già stanno lavorando non possono essere licenziati per far spazio a te, o perché la regolamentazione e la burocrazia impediscono al mercato di espandersi come potrebbe.

Dopo il 2008, a taluni non è parso vero di rompere gli indugi e proclamare che, se anche la Legge di Okun fosse stata vera, la Grande Recessione ha cambiato tutto e ora essa non vale più. È il cosiddetto new normal: anche se l’economia riprende, non è detto che lo faccia l’impiego, perché purtroppo nel frattempo la tecnologia ha fatto passi da gigante e molti dei lavori che vorreste indietro ora li possono fare le macchine. Aggiornatevi. Per inciso, c’è anche Paul Superstar Krugman fra questi. Io sarò un cretino, ma questo Premio Nobel mi convince sempre meno.

Il, diciamo così, “fondamento” di questa ipotesi è, come spesso accade in questi casi, un fenomeno isolato ed episodico (e peraltro neppure reale, pare): la cosiddetta jobless recovery, la “ripresa senza occupazione” che si sarebbe vista solo negli USA.

Molto bene. Nel novembre del 2012, tre ricercatori del Fondo Monetario Internazionale hanno pubblicato questo paper (pdf), in cui, dati alla mano, si dimostra che:

  1. La legge di Okun in realtà è piuttosto pervasiva, cioè si presenta regolarmente in economie molto diverse tra loro
  2. Il 2008 non ha cambiato le cose. Le jobless recovery non sono altro che e riprese fragili o molto lente.
  3. L’effetto è molto rapido, nel senso che si osserva già nei dati trimestrali.

E si conclude che (traduzione mia):

E’ raro chiamare ‘legge’ una correlazione macroeconomica. Ma crediamo che la Legge di Okun se lo sia meritato. Non è universale quanto la legge di gravità (che ha gli stessi parametri in tutte le economie avanzate), ma è robusta e stabile rispetto agli standard della macroeconomia. Le segnalazioni di deviazioni da questa regola sono spesso esagerate. La Legge di Okun è senz’altro più affidabile di una tipica relazione macroeconomica come la curva di Phillips, che richiede continui aggiustamenti a fronte di anomalie nei dati.

Sicché – suggerisco di tener presente questa fonte la prossima volta che vi trovate a parlare con qualcuno Fornero- (o Ichino-) style e questi dovesse lanciarsi nella retorica di ‘non impiego ma impiegabilità a vita’. Quest’ultima non è un modo per rilanciare l’occupazione. In più, l’osservazione finale è tanto più pertinente in quanto dà la misura della ‘certezza’ in macroeconomia, da confrontare con l’idea del ‘tecnico’ che interviene sull’economia come se fosse una macchina da aggiustare, calibrare, registrare. Il bello è che non lo dico io, lo dice il Fondo Monetario Internazionale.

C’è anche un’analisi interessante a questo proposito. Gli autori, che stimano la forza (e la robustezza) della relazione in 20 economie avanzate, trovano che esistono differenze significative fra i vari paesi. La loro ipotesi è che siano legate al livello di protezione (o rigidità, se preferite) del lavoro. L’OCSE traccia questa variabile con un indice (di cui scritto in altre occasioni. Per esempio qui), che sintetizza con un punteggio quanto la normativa relativa ai rapporti di lavoro sia, per l’appunto, protettiva o meno dell’impiego – e nel documento si tenta di trovare una correlazione fra le due cose: ovvero, si cerca di capire se, in presenza di una regolamentazione più rigida del lavoro, la disoccupazione sia meno sensibile a variazioni della domanda. Rispetto a questo, gli autori notano quanto segue:

Abbiamo cercato le variabili che spiegano il coefficiente di Okun (cioè l’intensità di questa relazione, ndr), ma i nostri risultati sono stati per lo più negativi. Un fallimento interessante è quello del noto indice della protezione del lavoro (IPL) dell’OCSE. In teoria, una maggiore protezione del lavoro dovrebbe affievolire gli effetti di variazioni nella produzione, e quindi ridurre il coefficiente di Okun. [...] [Ma] la relazione fra le due variabili ha il segno sbagliato, e non è statisticamente significativa. Allo stesso modo, non troviamo nessuna relazione fra il coefficiente di Okun e due altri fattori potenzialmente correlati: la disoccupazione giovanile e la disoccupazione di lungo periodo.
 Il che significa che non solo la disoccupazione è controllabile stimolando la produzione (l’output), ma la protezione del lavoro non cambia questa relazione. La mia ipotesi, se vi interessa, è che la flessibilizzazione ha il puro e semplice effetto di ridurre il potere negoziale dei lavoratori, e di conseguenza, ridurne il salario. Il che ha effetti macroeconomici, tipo aumentare il surplus commerciale perché la domanda interna non è in grado di assorbire la produzione. E’ il famoso modello tedesco, tanto perché lo sappiate: solo che funziona a patto che ci sia qualcuno disposto ad importare da noi, e in ogni caso è sempre la classe lavoratrice che ci smena. E siccome invece siamo noi ad essere costretti ad importare dalla Germania, traete voi le vostre conclusioni.
May 082013
 
ScatolettaDiTonno

Nel periodo pre-elezioni di febbraio ho scritto due post rispetto ai quali oggi trovo solo conferme – se vi interessano, mi riferisco a questo e quest’altro. Posso riassumervi la mia tesi nei seguenti due punti: (1) un movimento il cui progetto si riduce alla ripulitura del sistema non andrà da nessuna parte perché (2) la Casta siamo noi. Beh, credo che il Movimento 5 Stelle abbia il merito di averlo ampiamente dimostrato.

Io non credo che il problema sia che il M5S e in particolare i suoi onorevoli cittadini eletti siano stati normalizzati dal sistema: non credo, cioè, che una volta entrati siano stati cambiati dai meccanismi del palazzo. Pensarla così ci riporta di nuovo all’errore fondamentale di credere che ci sia una soglia, una barriera invisibile che divide ‘la gente’ da ‘la politica’, che ci siano un ‘dentro’ e un ‘fuori’ dal sistema. Io credo che il M5S e i suoi onorevoli cittadini eletti fossero nel sistema GIA’ PRIMA di entrare nel palazzo. L’illusione di cui il movimento si è nutrito è proprio quella dell’esistenza di un ‘dentro’ (la famosa scatoletta di tonno) da espugnare, che non è mai esistito. Certo è indiscutibile che negli ultimi mesi quello che avviene in Parlamento sia improvvisamente diventato, in qualche modo, più aperto e visibile rispetto a quanto non fosse prima, il che in generale è un bene (e non è solo merito del MoVimento). Ma questo è servito solo a rompere un’altra illusione (ed è un bene, ripeto): quella del potere della trasparenza. Le ‘larghe intese’ sono state fatte sotto gli occhi di tutti. E infatti, ci piacciono (non a me, a noi come collettività chiamata in causa).

Il Movimento 5 Stelle e i suoi elettori hanno creduto che la gente comune fosse ‘migliore’. Io non ho dubbi che gli attivisti e gli onorevoli cittadini eletti siano ‘la gente comune’, ed è proprio questo il punto. La ‘gente comune’ è (siamo) questa qui, sono i Crimi e le Lombardi e tutta la costellazione di personaggi ormai pubblici di cui i media han preso gusto a farsi beffe. Noi per altro, e ancor di più gli elettori delusi del MoVimento, non ci diamo per vinti e non resistiamo a valutarli ancora una volta come diversi, altri, gente che sta ormai ‘dentro’. Volete dirmi che sotto i riflettori sono finiti quelli sbagliati? Vogliamo riprovarci e mettercene degli altri? Noi, per caso?

Una volta ‘dentro’, i cosiddetti grillini si sono trovati armati solo dall’illusione che li aveva portati fin lì, e con l’unica strategia del ‘non cedere a compromessi’. Il risultato è uno dei compromessi più vergognosi per le parti in causa, e dannosi per il paese, che si siano mai visti.

A scanso di equivoci non sto dicendo che è colpa loro, perché loro non potevano fare altro, intrappolati com’erano nella loro stessa favola di incorruttibilità e coerenza, e perché non sto commentando il modo specifico in cui questa favola si è rivelata per la favola che è – cioè la rielezione di Napolitano e un governo (di fatto) DC. Perché questi, per come la vedo io, son dettagli. Tuttavia, per quanto il programma M5S fosse articolato, la loro bandiera erano la ‘rimozione della Casta’ e l’austerità individuale come segno tangibile di quello che intendevano cambiamento. Con questo, si sono trovati inevitabilmente impantanati nel perseguimento di questi due (falsi) obiettivi prima di tutto il resto e come precondizione di credibilità rispetto a qualunque altra cosa vogliano fare. Per cui non conta più il modo in cui intendono, per esempio, rendere sostenibile la mobilità, finché la Casta sta dove sta e si permettono di spendere soldi.

Uno degli aspetti più pericolosi del modo in cui le persone credono di pensare è che ‘semplice’ e ‘complesso’ siano antagonisti – che la ‘purezza’ e la ‘coerenza’ siano un valore in sé, e soprattutto che la complessità sia un inganno. Non è così – è la complicazione che può essere un inganno: ma l’azione politica, anche quando è semplice, può tuttavia continuare ad essere complessa. Specie se siamo in una dannata democrazia.

Invece noi continuiamo a pensare, per esempio, che ogni compromesso sia cattivo in quanto compromesso, e che tutti i compromessi siano uguali, e quando non lo pensiamo, ragioniamo in termini di ‘male minore’. Mai – dico, mai – viene esplicitato il fondamento, l’orizzonte rispetto al quale queste valutazioni dovrebbero esser fatte, e cioè: ‘male minore’ rispetto a cosa? Qual’è il nostro obiettivo? Che cosa vogliamo? Di che tipo di male stiamo parlando? Per uscir fuori dal merito del M5S (che non è il problema, come prima non lo era ‘la Casta’), è lo stesso tipo di offuscamento che sta dietro tutto l’assurdo dibattito sul ‘se c’era Renzi’. ‘Se c’era Renzi’ FORSE il PD avrebbe recuperato parte dei voti del M5S e si sarebbe assicurato la maggioranza per governare – ma la domanda che ci si sarebbe dovuti fare è: vedere il PD (e soprattutto, questo PD) al governo è tutto quello che avremmo voluto (dico così ma io ho votato SEL, ndr)? Perché mi pare che se Renzi fosse andato al governo avremmo avuto delle facce diverse, FORSE, ma non un governo diverso. Perché per l’appunto e per esempio, Alfano e Renzi vengono dallo stesso, e vecchissimo, vivaio politico. Certo, Renzi ha un bel faccino, è presentabile. Lo stesso motivo per cui ci piaceva Monti. Lo stesso per cui ci piace Letta. Sempre lo stesso motivo. La Casta non è fatta di persone, e in particolare non è fatta da quelle persone lì. La Casta è solo uno degli aspetti di un sistema che va rimesso in discussione, e che coinvolge anche chi pensa di non farne parte, come noi.

Le ideologie saranno anche morte ma non mi state convincendo che sia un bene. Perché la loro rigidità dogmatica è stata buttata via (per semplificare) assieme al senso storico che esse includevano, all’idea di futuro che lasciavano intravvedere, all’urgenza di cambiamento che comportavano. Così non ci è rimasta che un’idea brulla di cambiamento, che si riduce al ritocco cosmetico che è il cambiamento di persone, di leggi, di pressione fiscale. E così l’opportunità di impegnarsi in una lotta per un futuro migliore è stata frantumata in miriadi di occasioni di sbattersi per qualche vantaggio momentaneo.

Un’idea di futuro rende il compromesso possibile perché ci permette di valutarlo in funzione di sé stessa – e rispetto ad essa ci possono essere compromessi buoni e compromessi cattivi. Altrimenti non ci rimane altro che l’interesse, e rispetto a questo ogni cedimento è un crimine perché non ci può essere nulla in cambio: la negoziazione è fine a sé stessa.

Per cui, io credo che almeno questo merito il Movimento 5 Stelle ce l’abbia – di aver dimostrato che siamo noi, ancora, che non vogliamo cambiare.

Apr 232013
 
korean scam

Ci ho messo un mese a realizzarlo, e nel frattempo la crisi nucleare in Corea è tornata sotto la sabbia e nelle ultime due tre settimane abbiamo avuto ben altro a cui pensare. Che volete, potevo mica mollarlo lì. Per cui eccovelo, nel caso in cui vogliate consolarvi pensando che in realtà le cose, globalmente, stanno spesso peggio di quello che sembrano. In questo caso specifico, l’argomento è il ‘leader pazzo‘ della Nord Corea, Kim Jong Un, che, messe le cose in prospettiva, è meno squilibrato di quello che sembra a prima vista. O almeno, alla prima vista che ce ne danno i media.

E’ in inglese ma ci sono i sottotitoli. Cliccate in basso a sinistra, abilitateli, disabilitateli, insomma fate quello che vi pare. I commenti (sia buoni che brutti) sono sempre bene accetti.

Godetevi Korean Scam!

Apr 132013
 
Uno Strano Attrattore - o, quello che il caos può creare

Dal momento che è il momento, le 55 famigerate pagine di Fabrizio Barca me le sono lette. Dico famigerate perché una delle prime critiche che sono girate è che sono troppe e ostiche. Preferisco non commentare il conteggio, ma di facile lettura non sono. Beh – sapete che vi dico? Meglio così. Forse era il caso di condividere un’idea in una forma che costringesse a mettere in moto le cervella. ll programma del M5S e l’Agenda Monti sono molto più semplici, e infatti sono quello che sono: due progettini.

L’operazione proposta da Barca è profonda: è una rifondazione politica, a partire dal ruolo e dalla natura del partito in generale e del partito di sinistra in particolare come espressione di una volontà collettiva. La sua riflessione investe l’intero sistema: a differenza di ogni altra proposta, di ogni altro programma di partito pre-elettorale visto fin qui, non è una semplice ‘ripulitura’ delle istituzioni da ‘storture’ e ‘abusi’. Non ci si trovano ‘punti’ o ‘proposte’ nel senso di azioni mirate a catturare immaginazioni esauste con speranze miopi come la riduzione delle tasse, la defiscalizzazione dell’occupazione o la lotta all’evasione.

Le idee lette, sentite e viste sin qui assumono che le fondamenta del sistema siano, tutto sommato, solide. Anche chi propone (ormai lo fanno tutti) cose come ‘dimezzare i parlamentari’ parla più che altro di ritocchi, e, come nel mio piccolo cercato di articolare più volte, gli attacchi alla kasta sono perfino dannosi in quanto assumono che esista una separazione netta fra noi comuni cittadini onesti e lavoratori e loro parassiti e maneggioni. Quanto maldestri saremmo nel caso in cui cercassimo di infiltrarci in questo sistema per fargli vedere come si fa, ce lo sta dimostrando egregiamente il Movimento 5 Stelle (che tutti chiamavan Beppe Grillo).

Barca invece (e invece è importante) ha il coraggio di avviare una riflessione rigorosa sull’intero sistema di potere e di rappresentanza pubblica, con un respiro che travalica le miserie dell’Italia e di questo momento, consapevole del movimento storico delle strutture sociali, di cui (ed è di nuovo l’unico, specialmente a sinistra) riconosce le tensioni e gli antagonismi, e rispetto al quale prende una posizione. Che è secondo me la richiesta inespressa dagli elettori. Incidentalmente, la posizione di sinistra – ma di una sinistra nuova, per quanto embrionale, che non è la brutta copia di un esperimento come Occupy o gli Indignados, reazioni spaventate alla ferocia degli attacchi del capitale che non sono state in grado di trasformarsi in una proposta politica. Come, mi spiace, anche il Movimento 5 Stelle.

E’ una riflessione rigorosa perché mentre tenta di essere generale, cerca anche di non essere ambigua. Non parla di ‘buon governo’, lo definisce:

un sistema di decisioni pubbliche per il quale le argomentazioni a favore superino quelle contrarie, essendo soddisfatti i requisiti della riflessione pubblica e le condizioni di imparzialità.

Questo già stabilisce l’orizzonte entro cui intendere la sua proposta: non è ‘il governo della maggioranza’, ma delle ‘argomentazioni migliori’. E’ ben diverso da ‘discutiamo punto per punto’, perché implica una strategia, e non una visione ristretta in cui le decisioni sono binarie (‘sì’/'no’) in base all’aderenza ad un decalogo; e richiede una discussione. La dialettica è un elemento fondamentale nel discorso di Barca.

Barca non ritiene che mettere ‘gente onesta’ al posto dei ‘disonesti’ che ora occupano la vita pubblica sia una soluzione. Quello che propone è una architettura sociale in cui non si correggano solo le forme più dannose o pericolose di appropriazione dello Stato, della Pubblica Amministrazione e del Paese in generale, ma in cui esse vengano superate: non siano, cioè, più possibili perché se ne sradica la causa.

Individuo nella perversa fratellanza tra una macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale e partiti Stato-centrici l’aggravante peculiare della crisi italiana.

Richiamate le criticità dello “Stato socialdemocratico” e le aberrazioni dello “Stato minimo”, delineo il metodo di governo [...] dello “sperimentalismo democratico”

Argomento che questo metodo non si può affermare, specie nelle nostre peculiari condizioni, senza la sintesi politica e la propulsione dei partiti.

E la cosa che di nuovo mette Barca a parte da tutti gli altri, e specie dai rottamatori, è che questo rinnovamento avviene essenzialmente attraverso il sistema dei partiti.

Ciò in cui consiste l’arcaicità dello Stato è, per quel che mi riguarda, la cosa che non andava in tutte le altre proposte, ma che non avrei saputo indicare. E’ l’implicita arroganza istituzionale, l’idea che esista (o si possa formare) una élite onnisciente che sia in grado di prendere decisioni della complessità e della profondità richieste per il governo di uno Stato, per conto di e indipendentemente da i cittadini. Tra parentesi, è il fondamentale errore del ‘partito d’avanguardia’ leninista:

La macchina dello Stato [...] è in generale attardata nel modello autoritario di governo della cosa pubblica; pretende, con arroganza [...], di predefinire in modo completo le regole del gioco; è affetta da smania normativa; trascura sistematicamente l’attuazione.

Perché se io so quello che faccio, allora quello che faccio funziona per forza, e se non funziona è colpa di chi non capisce e vuole interferire. Monti = Berlusconi = Grillo/Casaleggio. Lasciamo perdere il PD che non riesce neanche a dare l’impressione di sapere quello che fa. Questo vale tanto nella (finta) contrapposizione fra le visioni più o meno stataliste (“socialdemocratiche”) quanto in quelle liberiste: entrambe hanno fin qui portato a istituzioni pesanti e autoritarie:

In entrambe le mitologie, sotto la parvenza di una posizione “liberale” che invoca mercato e Stato minimo, si staglia invece uno Stato massiccio e onnipotente, che in un caso detiene il sapere per stabilire le regole “buone per tutti”, nell’altro scrive le norme e realizza gli investimenti chiesti dagli onniscienti e neutrali tecnocrati privati.

Cambia solo quale parte delle istituzioni è più pesante.

La controparte di questa concezione dello Stato (che è implicita: nessuno l’ha mai messa in discussione, fin’ora), sono partiti la cui funzione è simbiotica rispetto allo Stato: lo Stato li finanzia (intermediando il rapporto con gli elettori) e questi mirano ad occuparne tutte le intercapedini. Uno dei sintomi di questa malattia è la struttura parallela delle gerarchie dello stato e dei partiti: i candidati a posizioni di governo sono automaticamente i quadri dirigenti dei partiti, e i partiti si spartiscono la nomina dei dirigenti degli uffici pubblici (e dei suoi dipendenti). In questo modo, l’appartenere ad un partito è fondamentalmente legato all’interesse particolare, indipendentemente dalla buona volontà o dalle intenzioni dell’iscritto.

A testimonianza della visione finalmente ampia che viene proposta, Barca (FINALMENTE) non identifica nelle peculiarità italiane le cause della situazione peculiare dell’Italia. Cioè: non abbiamo un sistema politico corrotto perché “gli italiani non hanno il senso dello Stato“, ma in un momento storico generale di crisi del partito di massa e del suo rapporto con le istituzioni. Il che apre alla possibilità di una soluzione che non sia una particolarità nostra, ma un esperimento politico reale: un nuovo modello di società.

Credo che quest’analisi sia il cuore di tutto il discorso che segue, perché essa contiene in sé la possibile soluzione:

  • La separazione netta e radicale fra Stato e partiti, in cui il partito, e in specie il partito di sinistra diventa non il parassita, ma l’antagonista costruttivo dello Stato, e riorienta il proprio interesse all’organizzare, proteggere e sostenere la volontà dei propri elettori. Accedere alla dirigenza del partito in questo contesto esclude dall’accesso al potere.
  • L’attuazione di un metodo di gestione del partito basato sul confronto pubblico e sulla dialettica interna ed esterna,  in cui le differenze siano incoraggiate ad esprimersi in modo da trarre il massimo profitto da quelle che Barca definisce le ‘competenze parziali’ dei suoi membri, dei suoi elettori, e anche di chi non è NEL partito: nessuno ha la soluzione a tutto, da solo, ma si può fare in modo che, su ciascuna questione, chi ha idee possa proporle, discuterle, ed eventualmente metterle in pratica.
  • L’attuazione di un metodo di gestione dello Stato (lo “sperimentalismo democratico”) che è fondato sul buon governo: in cui l’impianto normativo sia “volutamente provvisorio” (formula che viene ripetuta in più punti) e continuamente sottoposto a verifica e confronto con gli esiti, in modo che implicitamente l’attivita legislativa e di governo sia orientata agli effetti, e non all’adesione agli interessi. Meglio ancora – questa distinzione viene superata perchè interessi ed esiti coincidono.

La ridefinizione del partito in questi termini è la sola (fra quelle che posso conoscere) ancora in grado di prendere una posizione antagonista – la sola in grado di riorganizzare gli interessi dei lavoratori di fronte a quelli, senza freni, del capitale.

Quando venne il momento di votare, presi la mia decisione in base al programma che mi dava più l’impressione, al di là dei contenuti  (che non sapevano essere realmente nuovi), di vivere, al suo interno, in modo almeno inconsapevole, di un dibattito e di un confronto. L’intuizione di Barca è di elevare questo a sistema.

Questi mi sembrano i punti fondamentali del documento, e in ogni caso è il modo in cui l’ho letto. Ma quello che mi convince di più è la terza via tra la convivenza e l’occupazione ostruzionista delle istituzioni: è un progetto completo, un’idea di società e di Stato pratica che, soprattutto, può essere attuata da un solo partito. Per esempio, uno dei più grandi del momento: che potrebbe diventare, per esempio, qualcosa di più, e meglio, e diverso di un organismo progettato per prendere il potere. Una cosa diversa, insomma, da quella in cui un terzo dell’elettorato piagnucola perché “se ci fosse stato Renzi”. Perché “se ci fosse stato Renzi”, il PD avrebbe vinto il governo e basta.

Forse, per altro.

 

 

Apr 022013
 
Propaganda 2.0

Mi è stata segnalata questa mattina, e se volete firmarla, la trovate qui. Io non l’ho firmata, per quanto abbia rilanciato il tweet. Il motivo è che dal timido marxista che sto imparando ad essere, non posso non vedere le cose da un punto di vista di sistema: più frequento l’indignazione, meno riesco a liberarmi dal sospetto che senza che ce ne accorgessimo si sia trasformato in una mitologia, che sia cioè diventata una delle diverse varietà di sfoghi innocui di cui disponiamo, come società. Ho fatto una riflessione simile in occasione della strage di Newtown (the sickness of America) e a proposito dell’odio per la Kasta (sarebbe ora di finirla). E’ inutile che mi dilunghi sui distinguo e sulla mia condanna dell’evento in sé e del dibattito (surreale) intorno alla condanna degli agenti colpevoli dell’omicidio.

I fatti li conoscete (altrimenti questo è un buon inizio). Ma esattamente come, dopo la sparatoria nel Connecticut, il dibattito che infuriò sui media riguardava prevalentemente il contenimento dei malati di mente e il controllo della vendita delle armi, da noi ci si scaglia furiosamente (per quanto à la digitale) contro i condannati e chi (indegnamente) solidarizza con loro. Perché io stavo per firmarla, la petizione, ma poi mi sono trovato davanti i commenti:

Aldrovandi - 01

E mi sono detto: ecco che ci risiamo. Io sono abbastanza certo che nessuno tra quelli che hanno firmato quella petizione ritenga di essere mai in grado, nella vita, di mettersi assieme ad altri tre colleghi e massacrare un ragazzo solo fino a ucciderlo. Io non credo di essere in grado di farlo. Cioè – se me se ne presentasse l’occasione, diciamo, oggi pomeriggio, sono certo che non lo farei. Ma proprio per questo, non abbiamo ancora imparato a pensare un momento a come sia possibile che qualcuno, cresciuto (ritengo, perché per esempio non è che ne sappia nulla) in un contesto sociale più o meno simile al nostro, invece, sia capace di farlo, per di più nell’esercizio di una funzione sociale, pubblica, organizzata, coordinata e controllata? Mentre lavora, insomma?

Mi spiego: è evidente che questa cosa è possibile in un’organizzazione (la polizia) nella quale viene impartita e praticata una cultura di violenza ritenuta adeguata alla pressione cui (presumo) gli agenti sono sottoposti quotidianamente. La cosa ci viene anche venduta più o meno di continuo, anche a noi che lì dentro e in quel contesto non ci stiamo (persino, scusate, da un film che s’intitola ACAB): la vita è dura, quando sei per strada non puoi andare tanto per il sottile.

E’ una propaganda strisciante che, nei momenti in cui potrebbe esser messa sotto accusa, si ritira e si nasconde, mentre noi ci lasciamo trascinare nell’indignazione e chiediamo il linciaggio dei colpevoli. Mentre ogni volta, la prima domanda che uno dovrebbe farsi è: qual’è la differenza fra me e loro? Che cosa c’è di me in loro? Che cosa dice di me questo fatto?

Ricordo uno dei vari passi de Ritratto dell’Artista da Giovane, di James Joyce, da un’epoca in cui ancora leggevo cose degne d’esser lette, che mi rimasero in testa per anni (ed evidentemente, ancora oggi): è il punto in cui Stephen Dedalus descrive la propria estetica a Lynch (la traduzione è di Pavese, la macelleria è mia):

La pietà è il sentimento che arresta la mente alla presenza di tutto ciò che è grave e costante nelle sofferenze umane, e la congiunge con l’uomo che soffre. Il terrore è il sentimento che arresta la mente alla presenza di tutto ciò che è grave e costante nelle sofferenze umane, e la congiunge alla causa segreta. [...] L’emozione tragica, di fatto, è un volto che guarda in due direzioni, verso il terrore e verso la pietà [...]. Adopero la parola arresta. Intendo dire che l’emozione tragica è statica [...] I sentimenti eccitati dall’arte falsa sono cinetici, il desiderio e la ripugnanza. [...] Le arti che eccitano questi sentimenti, la pornografia o la didascalica, sono perciò arti false. L’emozione estetica (uso il termine generale) è perciò statica. Arresta e innalza la mente al di sopra del desiderio e della ripugnanza.

Siamo imbevuti di pornografia. Dobbiamo fare, in fretta, reagire invece che agire – licenziate i poliziotti, insultateli, umiliateli, perché hanno fatto una cosa orribile. E questo ci salva dal pensare, dal considerare la causa segreta, dal pensare alla nostra società in generale e a noi nella nostra società, che accogliamo come naturali la violenza e la reazione e senza pensare firmiamo la petizione e scriviamo ‘vergognatevi!’. Senza consentirci la possibilità di provare noi stessi vergogna per il contributo che diamo a perpetuare questa società, senza darci modo di vedere la nostra responsabilità nell’accaduto, e precludendoci, reagendo, la capacità di agire. Questo era Joyce. Ma Joyce è difficile e per le strade è questo che regna:

Diesel - Be Stupid

Non ho firmato, perciò, perché mi è sembrato che nel farlo non sarei stato solidale, sarei stato complice.

Analytics Plugin created by Web Hosting