Labour

May 012013
 

Questo sarà l’argomento del mio prossimo video. Ma vista la ricorrenza, credo che sia particolarmente adatto ricordare, oggi, quale sia lo stato dei lavoratori, come classe, nei confronti del capitale, attraverso le statistiche ufficiali. L’idea è quella di mostrare il contesto globale, ma le informazioni raccolte sono concentrate prevalentemente sull’Europa e sull’Italia – regioni in cui lo ‘sfruttamento’ sembrava storia passata. E invece:

infografica sulla condizione del lavoro in europa e in italia, per il primo maggio 2013

clicca per scaricare

 

Mar 232013
 

Lavorando a Fall of Europe è emersa un’altra singolare caratteristica della transazione all’Euro: l’andamento della disoccupazione. Cerco di riassumerla nei quattro grafici che seguono, i quali dovrebbero spingere ad una riflessione sull’idea di crescita, tra le altre cose. Ho diviso l’Europa in 5 ‘regioni’, 2 costituite da una sola nazione (Regno Unito e Germania), e poi:

  • Europa Occidentale (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia, cioè PIIGS + Francia)
  • Europa Orientale (Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia e Paesi Baltici)
  • Europa Settentrionale (Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia e Austria)

La denominazione è mia, quindi non fate i sopraffini con ‘questi paesi sarebbero Sud’, ‘questi altri sarebbero Centro’, vi ho detto chi sta dove. Per ciascuna di queste regioni, ho calcolato il rapporto fra il numero di disoccupati e la popolazione attiva, altrimenti noto come Tasso di Disoccupazione. Occhio che parte dell’instabilità dei dati, specie per quel che concerne l’Europa Orientale, dipende dal fatto che parte delle serie storiche mancano. I vari paesi sono entrati nell’Unione e nell’Euro in diversi momenti – in particolare i paesi dell’Est sono stati ammessi nel corso degli anni 2000, e per esempio il Regno Unito e la Polonia non hanno l’Euro.

Comunque, ecco il primo grafico:

tasso di disoccupazione in europa per regione nel 1996

Questa era la situazione quasi vent’anni fa. I paesi dell’Est stavano attraversando la turbolenta transizione dall’economia pianificata a quella di mercato, e il mondo era uscito da una recessione (tanto per cambiare). L’Europa occidentale aveva il 30% di disoccupazione in più che quella orientale, trainata dai soliti noti: i PIIGS. Nel ’99 le valute dei primi paesi ad entrare nella Moneta Unica vengono inchiodate all’Euro, e nel 2001 la situazione è quella che segue:

Unemployment 02

Va tutto molto bene (tranne che per i paesi dell’Est, per il momento). Si noti che la Germania ha una disoccupazione poco al disotto della media europea, e rispetto a cinque anni prima, per l’Europa Occidentale la situazione è molto migliorata. Gli ‘interventi strutturali’ in preparazione all’ingresso nella Moneta Unica stanno funzionando, si direbbe. Ma la trappola è scattata. I capitali affluiscono alla periferia alimentando una crescita finanziata col credito (al privato, si badi bene), e mentre l’Eurozona si scava la fossa, la disoccupazione cala (o si mantiene bassa) ovunque. Tranne…

tasso di disoccupazione in europa per regione nel 2007

…tranne che in Germania, dove la disoccupazione stava crescendo, e qui non si vede, ma la crescita del PIL era più lenta che nel resto d’Europa. Ci vuole un attimo perché i lavoratori, nel loro complesso, pensino che stia andando tutto bene – e perché le classi dirigenti incaricate di rendere il lavoro più flessibile, meno protetto, più disponibile a compensare il capitale in termini di sostegno del funzionamento della società (laddove il capitale preme per convogliare tutto verso il profitto); ci vuole poco perchè le classi dirigenti si impegnino in questa direzione senza incontrare resistenza. Il sistema funziona (al netto della disoccupazione giovanile, che è un’altra storia di cui nessuno preferisce occuparsi seriamente). L’anno dopo c’è il Credit Crunch, ed entro il 2011 la situazione è quella che segue:

tasso di disoccupazione in europa per regione nel 2011

Improvvisamente, il mondo si divide in due. L’Europa cosiddetta ‘del Nord’ (ad eccezione del Regno Unito) e la Germania (che non è mai stata così bene) da una parte, l’Europa Orientale nel mezzo, e quella Occidentale tornata improvvisamente indietro di vent’anni, ma senza che si trovi nelle condizioni per recuperare. Ora, per il momento continuiamo a chiamare le nostre economie ‘sviluppate’. Ma fatemi due favori:

  1. Ogni volta che i media mettono il naso fuori casa per vedere quanto gli altri sono meglio, specie in Germania, Austria, Paesi Bassi o scandinavi, rispetto al resto del mondo, tenete a mente che quella spesa la stiamo pagando noi – per quanto ci raccontino che è il contrario.
  2. Quando pensate alle ricette per la crescita, o se mai vi troverete, come si trovò la mia generazione al momento di entrare nel mondo del lavoro, in un paese in crescita, ricordate che la crescita non è di un solo tipo. O se lo è, forse è meglio pensare a qualcos’altro per ‘allocare le risorse in modo efficiente’.

Hat tip a Mauro Poggi per parte della documentazione su cui mi sono basato.

 

Mar 072013
 

Questo è più che altro un’esercizio nell’ambito di un trip che mi sta prendendo in questo periodo – la visualizzazione dei dati. Il grafico è totalmente artigianale, nel senso che l’ho realizzato in Inkscape, dimensionando le sezioni per mezzo di calcoli di altissima trigonometria in excel. Si legge dall’interno verso l’esterno. Il trucco è che sottodivisioni della popolazione sempre più piccole hanno più spazio per scriverci dentro se sono spostate verso l’esterno del diagramma. Per i nerd, questo è un grafico sunburst.

grafico sunburst circolare concentrico della popolazione italiana per stato occupazionale

(clicca per ingrandire)

Un paio di cose da notare, se credete:

  • la popolazione è divisa più o meno a metà tra gente che lavora (o lavorerebbe se potesse) e gente che non lavora. A esser precisi, i secondi sono un po’ più dei primi.
  • Una quota pressoché uguale di persone cerca lavoro (spicchio giallo) o ha un lavoro dipendente temporaneo. Presumo che ci sia abbastanza permeabilità fra i due gruppi.
  • Quelli che contano per il tasso di disoccupazione sono ‘quelli gialli’, rispetto a ‘quelli gialli’ + ‘quelli rossi’ (cosa che i giornali pare fatichino a capire)
  • Al tempo stesso, quelli in cerca di lavoro non sono TUTTI quelli che sarebbero disponibili a lavorare ma non possono. Ce n’è anche una parte che temporaneamente non sta cercando lavoro – dove temporaneamente significa che non l’ha cercato nelle ultime quattro settimane.

Fatti due conti nel 2011 (periodo a cui si riferiscono i dati) il tasso di disoccupazione ufficiale era dell’8%, e c’erano 2,1 milioni di disoccupati ufficiali. Ma aggiungendo le persone disponibili a lavorare (a vario titolo), i disoccupati sarebbero saliti a 5,3 milioni, e il tasso calcolato in questo modo sarebbe del 19%. Interessante, eh?

Mar 062013
 
Controllo

Benché la nostra sia ritenuta una società democratica e libertaria, in realtà viviamo per lo più in contesti totalitari e assolutistici, dove le regole del celebre ‘libero mercato’ in generale non valgono neppure come copertura di scambi economici che in realtà non lo sono. Questo è probabilmente uno dei motivi per cui in generale il tentativo di innescare e alimentare movimenti politici decentrati e di massa è in genere destinato a fallire – e, dall’altro lato, è anche la ragione per cui approcci più centralisti (leggete pure Movimento 5 Stelle, perché è a quello che alludo) possono avere un successo così travolgente. Senza nulla togliere alle dimostrate capacità di attivazione e organizzazione del dissenso della diade Grillo-Casaleggio.

I regimi totalitari sono caratterizzati da alcuni tratti basilari:

  • Il fondamento in un’ideologia monolitica, chiusa a critiche, pervasiva ed esclusiva, rispetto alla quale il ‘merito’ coincide con l’ortodossia, imposta con il terrore
  • Una struttura di comando rigidamente gerarchica che esclude organismi rappresentativi e di controllo indipendente.
  • La concentrazione assoluta del potere presso un capo infallibile, la cui interfaccia verso l’esterno è una ristretta cerchia di suoi collaboratori mantenuti in uno stato di sospetto reciproco
  • Il controllo completo dei mezzi di comunicazione e informazione
  • La centralizzazione dell’economia

La democrazia di stampo europeo, dall’altro lato, è il contesto più adatto allo svilupparsi di un’economia di libero mercato, e il libero mercato consiste in una sistema il cui contratto fondamentale prevede che individui legalmente liberi possano accrescere il proprio benessere col solo tramite dello scambio.

Il mio punto di vista è che la maggior parte dei cittadini di una qualunque di quelle che vengono comunemente ritenute ‘democrazie’, sperimenta – nella sua vita quotidiana – un rapporto sociale fondamentalmente diverso da quello democratico e di libero scambio, perché la maggior parte di noi vive all’interno di un contesto i cui tratti costitutivi sono quelli del regime totalitario, piuttosto che della democrazia: il proprio posto di lavoro.

In un’azienda (e in misura proporzionale alle sue dimensioni) sono compresenti tutti gli elementi del totalitarismo: l’ideologia dell’interesse individuale è incriticabile e insindacabile e costituisce il fondamento dei programmi di carriera – attraverso l’applicazione di schemi di incentivazione economica che si incoraggia a perseguire in competizione con i propri ‘colleghi’ (la cui condizione d’essere ‘in lega’ tra loro è contraddetta all’origine). La competizione è in generale ritenuta una motivazione efficace e un buon sistema di selezione dei quadri dirigenti – e diviene tanto più aspra quanto più è elevato il rango del dipendente. Questa struttura permane anche quando l’incentivo viene camuffato: l’incentivo ‘non monetario’, basato in genere sul riconoscimento o sulla ‘soddisfazione personale’ consiste più che altro in una strategia di massimizzazione del valore estratto gratuitamente dalla forza lavoro – e lo stesso vale per l’assegnazione di premi di produttività che incoraggiano il lavoro in team. In effetti, le due cose spesso coincidono. Ciò che viene in genere premiato, e rispetto al quale vale il mito che un’azienda, rispetto ad un’organizzazione non profit o pubblica, sia ‘meritocratica’, è l’ortodossia. Il sistema di ricompensa delle performance esclude a priori che si perseguano obiettivi diversi da quelli in base al quale la ricompensa viene assegnata – di modo che l’inadempienza recidiva diventa automaticamente uno strumento di ‘selezione del più adatto’.

La pressione del capitale verso la neutralizzazione della contrattazione collettiva, accoppiato a forme emergenti di gestione dell’organizzazione è – per altro in modo trasparente – lo strumento legale per rafforzare il regime di controllo interno attraverso il terrore. L’edulcorare queste strutture attraverso il linguaggio morbido e rassicurante delle Risorse Umane (che da molti viene scambiato per un ufficio ‘che si preoccupa dei dipendenti’) non è che uno degli aspetti più aberranti del totalitarismo aziendale.

In un’organizzazione privata tutto è rigidamente codificato – anche negli ambienti più informali e apparentemente ‘progressisti’, esiste un solo modo ‘valido’ di comportarsi – a tutti i livelli: dal modo di vestirsi, ai rapporti interpersonali al tono con cui si risponde al telefono. L’appartenenza ad un dato livello della scala gerarchica (che si identifica con maggiori livelli di ‘responsabilità’) passa attraverso l’assegnazione di marche visibili del proprio stato, come la frequenza con cui si ‘timbra il cartellino’, il telefono o l’auto aziendale, il computer portatile o l’accesso ad occasioni rituali di affermazione della propria importanza – come le riunioni periodiche per livelli d’inquadramento. L’accettazione come ‘naturale’ di questo modello organizzativo, rispetto al quale un’alternativa non è neppure pensabile, è il segno principale della pervasività totalizzante dell’ideologia di fondo.

L’economia dell’organizzazione è centralizzata, pianificata in base ad indicatori che sono indifferenti al tipo di attività produttiva, che è solo strumentale all’unico obiettivo reale – il profitto. L’accentramento del potere nelle mani della nomenklatura è particolarmente visibile nella corsa verso l’alto dei redditi (pdf), e in particolare nell’aprirsi del gap fra la paga di un dipendente e quella di un CEO.

Non ostante la propaganda che circonda la digitalizzazione delle imprese e un impegno superficiale per la protezione della privacy, l’avvento di Internet e dei social media in particolare ha consentito l’instaurarsi di nuove infrastrutture di controllo del lavoro, per le quali non solo il comportamento fisico ma anche l’espressione spontanea del pensiero e delle relazioni è costretta ad aderire all’unico modello accettabile.

Che l’adattamento a questo stile di gestione della propria vita avvenga senza soluzione di continuità rispetto al momento in cui il lavoratore torna ad essere ‘cittadino’, cioè prima e dopo la sua vita sul ‘posto di lavoro’ – per lo meno fino al momento in cui il sistema non lo estromette, momento in cui la distanza si riafferma in tutta la sua drammaticità – è un indizio della potenza del controllo totalitario. Nella riflessione di Hanna Arendt,

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.

Secondo EUROSTAT, in Italia circa il 75% dei lavoratori tra i 15 e i 65 anni è un lavoratore dipendente – il che non esaurisce, come sappiamo, il rapporto di dipendenza nascosto dietro la ‘libera professione’.

Noi siamo imbevuti di totalitarismo. Sempre. E’ principalmente per questo che fatichiamo ad intravedere altre possibilità di cambiamento che non quelle portate da un capo forte, sicuro di sé, infallibile – che propone un’idologia potente, e radicalmente diversa da quella che ci sembra soltanto essere normale, ma che siamo abituati a disprezzare dalla nostra continua, e quotidiana educazione sovversiva della democrazia.

Sempre secondo la Arendt, in un regime totalitario,

tutto il potere viene mantenuto dalle istituzioni del movimento, al di fuori dell’apparato statale o militare; ciò viene ottenuto impadronendosi dell’amministrazione pubblica, ma senza fondersi con essa: l’ascesa nella gerarchia statale è limitata ai membri di secondaria importanza e tutti gli uffici statali vengono duplicati creando istituzioni omologhe che sono diretta emanazione del movimento e che svuotano quelli statali delle loro effettive prerogative. Il centro d’azione del paese resta quindi il movimento, al cui interno vengono prese tutte le decisioni. Lo Stato funge solo da facciata, rappresentando il paese nel mondo esterno.

L’enfasi, tanto perché lo sappiate, è nostra.

Feb 132013
 

Ho promesso questo post ad un mio interlocutore Twitter – qualcuno con cui ho scambiato qualche botta e risposta durante la puntata di Servizio Pubblico del 7 febbraio. In studio c’era Lara Comi, non so se avete presente. A un bel momento, nel mezzo dei suoi deliri di un nazionalismo (o direi piuttosto provincialismo) abborracciato, tira in ballo il ‘problema dei frontalieri’ tra Italia, o meglio, ciò che le sta più a cuore, Lombardia, e Svizzera – che sono trattati male dagli svizzeri, i quali li accusano di ‘portargli via il lavoro’. Al che non mi trattengo dal dir la mia:

ConversazioneSuImmigrazione - 01Al che mi vien ribattuto

ConversazioneSuImmigrazione - 02

Ok – l’accoglienza degli immigrati e il trattamento dei frontalieri non sono esattamente la stessa cosa, questo posso riconoscerlo. Ma è abbastanza chiaro qual’è la piega del discorso, credo. Quello che segue:

ConversazioneSuImmigrazione - 04

ConversazioneSuImmigrazione - 05

Appunto – l’area Schengen è un esempio. In generale, in quali paesi occorra un visto, dipende da dove si viene e dove si vuole andare – non è un assoluto. Dopodiché Schengen non è l’unica area al mondo in cui le frontiere sono aperte alle persone. Altre sono:

  • Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCCcostituito fra sei paesi dell’area (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait)
  • La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che esattamente come l’Unione Europea, nelle sue linee strategiche include la libera mobilità delle persone come fattore di sviluppo
  • La Comunità dell’Africa Orientale (EAC), al cui interno le frontiere sono completamente aperte
  • La Comunità per lo Sviluppo del Sud Africa (SADC), che ha adottato un protocollo a riguardo nel 2005
  • Un progetto simile è in corso di sviluppo tra i paesi del Corno d’Africa che partecipano all’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD)
  • Diversi accordi preferenziali (o di apertura delle frontiere) sussistono fra le 54 nazioni del Commonwealth
  • L’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN), che include dieci stati della regione
  • Il Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS), istituito fra 9 stati dell’ex Unione Sovietica (inclusa la Russia)
  • I 15 stati membri della Comunità Caraibica (CARICOM), ai cui cittadini è garantita la libera mobilità
  • La libera mobilità è stata istituita fra i paesi del Mercato Comune del Sudamerica (MERCOSUR)
  • Lo stesso vale per i quattro paesi della Comunità Andina
  • Idem dicasi per i quattro paesi aderenti all’Accordo Per il Controllo dei Confini in Centro America (CA-4)

La lista non è esaustiva: esistono nazioni che fanno parte di più accordi di questo genere, come per esempio gli stati scandinavi che, oltre che a Shengen, aderiscono ad un insieme di trattati complessivamente identificati come Nordic Recognition Network (NORRIC); accordi bilaterali o protocolli più estesi come il Visa Waiver Program degli Stati Uniti, che include 35 paesi ‘graditi’ al Segretario per la Sicurezza Interna. Persino Cina e Israele hanno i loro. A ben guardare, sembra che solo il Nordafrica non sia integrato in una qualche forma di mercato comune (e prima che si dica ‘per forza, sono arabi’, vi ricordo il succitato GCC). Per cui, dire ‘in tutto il mondo ci vuole il visto’ è un po’ semplicistico. In realtà, nella maggior parte dei casi, quale che sia il paese in cui vi troviate, è probabile che, invece, non abbiate bisogno di un documento particolare per attraversare le frontiere che è più probabile che attraversiate.

La tendenza generale è quella di alleggerire la protezione delle frontiere. Il motivo è che sono un ostacolo alla crescita economica: mantenerle costa, e impedisce alla forza lavoro di migrare verso le aree in cui le opportunità di impiego sono maggiori, aumentando la pressione sul welfare nei paesi più protettivi. L’Italia non è evidentemente in linea con questa tendenza – il che è solo coerente con l’aver avuto per buona parte degli ultimi dieci anni un partito che ha fatto della xenofobia la propria bandiera.

Proseguendo la conversazione su twitter, ho creduto di far presente le ripetute condanne arrivate dall’Unione Europea in merito alla nostra politica di immigrazione, facendo riferimento (a titolo di esempio) a questo articolo di Global Voices:

ConversazioneSuImmigrazione - 06

Questo è un punto un po’ più delicato. La mia interpretazione è che l’unico motivo per cui a una persona dovrebbe esser consentito entrare nel nostro paese è l’aver già un lavoro. Autorizzare l’ingresso per la ricerca di un lavoro facilita l’infiltrazione di criminali. Il “buonismo” a cui si fa riferimento si può interpretare in almeno due modi:

  • La presunzione di onestà degli immigrati in cerca di lavoro. Questo però non è buonismo: lo sarebbe se andasse contro l’evidenza. E l’evidenza dice che la stragrande maggioranza delle persone, nel mondo, rispetta la legge. I tassi di criminalità a livello mondiale sono calcolati in numero di reati /sospettati / denunce etc. per 100.000 persone. Una persona presa a caso ha tra il 95 e il 99% di probabilità di non essere un criminale, il che, statisticamente parlando, equivale alla certezza.
  • L’accogliere chiunque bussi alla nostra porta, per principio, senza verificare se si tratti di persona ‘degna di fiducia’. Somiglia al precedente ma non è esattamente la stessa cosa, significa escludere o ignorare la possibilità che l’immigrato sia un delinquente, a priori. Questo potrebbe essere ‘buonismo’ se il lasciare il proprio paese non fosse un diritto sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, a cui l’Italia dovrebbe ispirarsi in quanto membro delle Nazioni Unite.

La richiesta di ‘frontiere più sicure’ in genere non tiene conto delle cause della criminalità, tra le quali, per altro, spesso c’è la stessa politica di immigrazione adottata dal paese ospite. Mi spiego: alla richiesta di facilitare l’immigrazione, si potrebbe obiettare che i criminali sono presenti in quota maggiore tra gli immigrati che non tra la popolazione in generale del paese in cui arrivano. E’ buffo che sfugga l’universalità del principio – cioè che valga per qualunque sia il paese ospite – cioè, non è che valga per l’Italia più che per altri paesi. E’ superfluo (dato che non serve mai a nulla) ricordare che noi stessi siamo esportatori netti di criminalità – di cui la Mafia negli USA è un successo particolarmente luminoso.

Quello che occorre tener presente è perché gli immigrati tendono a delinquere più dei residenti, e se una maggiore rigidità alle frontiere (meno ‘buonismo’) cambierebbe le cose.

Ci sono un sacco di motivi per cui ci si può aspettare che ci siano più delinquenti fra gli immigrati che fra gli aborigeni italiani (specie se escludiamo i criminali finanziari o imprenditoriali), senza tirare in ballo la ‘cultura’ o, peggio, l’etnia.

Criminality Causes

Secondo ISTAT, tra gli italiani, la quota di 18-44enni denunciati o arrestati è 3,2 volte superiore rispetto al resto della popolazione: quindi, se il tasso di criminalità fosse lo stesso, gli stranieri avrebbero il 70% in più di persone con il triplo della probabilità di essere denunciati per qualche crimine, rispetto ai residenti. In altre parole, anche se gli stranieri fossero portati a delinquere tanto quanto gli italiani, il loro tasso di criminalità sarebbe più alto solo per l’età che anno.

Ad ogni modo, tra i cittadini italiani solo l’1% viene arrestato o denunciato in un anno, mentre questa quota è del 7% tra gli immigrati. Ma mentre i media non perdono occasione per pubblicizzare la nazionalità dei colpevoli, si dimentica che gli immigrati, più spesso che i cittadini italiani, sono anche le vittime dei delitti. E questo vale anche per furti e rapine, che gli stranieri subiscono con una frequenza rispettivamente 1,4 e 0,3 volte superiore a quella degli italiani:

quota di vittime straniere di delitti denunciati in italia sul totale delle vittime, per tipo di delitto

La quota di persone denunciate o arrestate per cittadinanza dell’immigrato non sembrano particolarmente legate alla nazionalità: ci sono più criminali o sospetti criminali tra gli immigrati tedeschi che fra quelli peruviani o polacchi, i francesi hanno la stessa quota di incriminati degli albanesi, i quali – insieme ai famigerati romeni, hanno una quota di denunciati inferiore alla media degli immigrati in generale. Quanto all’idea che ‘vengono in Italia a delinquere perché tanto sanno che non gli succede niente’, gli succede comunque più roba che ai nostri connazionali: su cento arrestati o denunciati gli stranieri sono 32, ma tra i detenuti in carcere la quota di stranieri è del 36%. Comunque:

quota di denunciati o arrestati per area di cittadinanza di provenienza nel 2010

I non cittadini italiani tendono a gravitare verso la criminalità, provata o sospetta, anche se provengono da economie cosiddette avanzate (i paesi dell’OCSE, per esempio). Mi colpisce come ogni volta questa discrepanza venga interpretata più spesso nel senso meno logico, ovvero che gli stranieri tendono a delinquere con maggiore frequenza degli italiani perché sono stranieri, non perché non sono cittadini. A mio modo di vedere, complicare l’ottenimento della cittadinanza, legando alla criminalità il decadere dei requisiti per il soggiorno, mi pare che si faciliti questa tendenza, piuttosto che combatterla.

Subordinare l’acquisizione della cittadinanza al verificarsi di determinate condizioni (anni di residenza, lavoro e fedina penale) presuppone che uno la cittadinanza, in qualche modo, se la debba guadagnare: deve esserne degno e meritevole. In particolare, dato che l’argomentazione finale del mio amico era ‘se lavori e rispetti le regole sei il benvenuto, altrimenti a casa’, l’idea è che l’immigrato non viva sulle spalle del paese ospite. Ma che cosa abbiamo fatto noi autoctoni per guadagnarci la cittadinanza? Nascere in un posto non mi sembra un gran merito. Anzi. Finché non cominciamo a lavorare, siamo dei parassiti – e lo stesso vale quando smettiamo. Gli immigrati ci arrivano invece bell’e pronti, sicché le spese per la loro educazione e mantenimento fino all’età produttiva le hanno sostenute paese e famiglia di provenienza, e l’immigrazione non è storia tanto vecchia da averne granché fra i pensionati: sempre secondo ISTAT,  il tasso di inattività degli stranieri (la quota di popolazione che non lavora) è del 29%, contro il 39% degli italiani.

Mi domando se a questo punto non sia il caso di togliere la cittadinanza agli italiani che delinquono o che non hanno un lavoro – perché pure loro vivono alle spalle dei nostri lavoratori, con l’aggravante che ce li siamo mantenuti finché non hanno cominciato a lavorare, per cui il loro debito nei confronti della collettività è, rigorosamente parlando, maggiore.

Altrimenti, dobbiamo presumere che costoro abbiano una specie di ‘diritto trascendente’ ad essere mantenuti dovuti al solo fatto che hanno avuto in sorte di venire al mondo entro i nostri confini, da genitori che erano nostri concittadini. E questa, ahimé, è l’essenza del nazionalismo – che è un principio, per i motivi appena elencati irrazionale.

Insomma mi pare che l’atteggiamento più logico – visto tutto quanto sopra – nei confronti dell’immigrazione sia quello di semplificare l’accesso alle frontiere, piuttosto che quello di renderle più impenetrabili. Lo sforzo sostenuto finora per farlo mi pare pure improduttivo in termini di impatto sui flussi migratori (che hanno continuato per gli ultimi dieci anni a ritmi più o meno costanti), e castastrofico in termini di costi umani. E la lotta alla criminalità mi sembra francamente inutile senza una politica per l’integrazione nel lavoro – che è il vero stabilizzatore sociale, come dovremmo avere imparato dalla tragica storia del nostro meridione. Ma vabbeh. Se avete commenti, e specie se non siete d’accordo, c’è qui sotto tutto lo spazio per dire la vostra.

 

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