Ho promesso questo post ad un mio interlocutore Twitter – qualcuno con cui ho scambiato qualche botta e risposta durante la puntata di Servizio Pubblico del 7 febbraio. In studio c’era Lara Comi, non so se avete presente. A un bel momento, nel mezzo dei suoi deliri di un nazionalismo (o direi piuttosto provincialismo) abborracciato, tira in ballo il ‘problema dei frontalieri’ tra Italia, o meglio, ciò che le sta più a cuore, Lombardia, e Svizzera – che sono trattati male dagli svizzeri, i quali li accusano di ‘portargli via il lavoro’. Al che non mi trattengo dal dir la mia:
Al che mi vien ribattuto

Ok – l’accoglienza degli immigrati e il trattamento dei frontalieri non sono esattamente la stessa cosa, questo posso riconoscerlo. Ma è abbastanza chiaro qual’è la piega del discorso, credo. Quello che segue:


Appunto – l’area Schengen è un esempio. In generale, in quali paesi occorra un visto, dipende da dove si viene e dove si vuole andare – non è un assoluto. Dopodiché Schengen non è l’unica area al mondo in cui le frontiere sono aperte alle persone. Altre sono:
- Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) costituito fra sei paesi dell’area (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait)
- La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che esattamente come l’Unione Europea, nelle sue linee strategiche include la libera mobilità delle persone come fattore di sviluppo
- La Comunità dell’Africa Orientale (EAC), al cui interno le frontiere sono completamente aperte
- La Comunità per lo Sviluppo del Sud Africa (SADC), che ha adottato un protocollo a riguardo nel 2005
- Un progetto simile è in corso di sviluppo tra i paesi del Corno d’Africa che partecipano all’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD)
- Diversi accordi preferenziali (o di apertura delle frontiere) sussistono fra le 54 nazioni del Commonwealth
- L’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN), che include dieci stati della regione
- Il Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS), istituito fra 9 stati dell’ex Unione Sovietica (inclusa la Russia)
- I 15 stati membri della Comunità Caraibica (CARICOM), ai cui cittadini è garantita la libera mobilità
- La libera mobilità è stata istituita fra i paesi del Mercato Comune del Sudamerica (MERCOSUR)
- Lo stesso vale per i quattro paesi della Comunità Andina
- Idem dicasi per i quattro paesi aderenti all’Accordo Per il Controllo dei Confini in Centro America (CA-4)
La lista non è esaustiva: esistono nazioni che fanno parte di più accordi di questo genere, come per esempio gli stati scandinavi che, oltre che a Shengen, aderiscono ad un insieme di trattati complessivamente identificati come Nordic Recognition Network (NORRIC); accordi bilaterali o protocolli più estesi come il Visa Waiver Program degli Stati Uniti, che include 35 paesi ‘graditi’ al Segretario per la Sicurezza Interna. Persino Cina e Israele hanno i loro. A ben guardare, sembra che solo il Nordafrica non sia integrato in una qualche forma di mercato comune (e prima che si dica ‘per forza, sono arabi’, vi ricordo il succitato GCC). Per cui, dire ‘in tutto il mondo ci vuole il visto’ è un po’ semplicistico. In realtà, nella maggior parte dei casi, quale che sia il paese in cui vi troviate, è probabile che, invece, non abbiate bisogno di un documento particolare per attraversare le frontiere che è più probabile che attraversiate.
La tendenza generale è quella di alleggerire la protezione delle frontiere. Il motivo è che sono un ostacolo alla crescita economica: mantenerle costa, e impedisce alla forza lavoro di migrare verso le aree in cui le opportunità di impiego sono maggiori, aumentando la pressione sul welfare nei paesi più protettivi. L’Italia non è evidentemente in linea con questa tendenza – il che è solo coerente con l’aver avuto per buona parte degli ultimi dieci anni un partito che ha fatto della xenofobia la propria bandiera.
Proseguendo la conversazione su twitter, ho creduto di far presente le ripetute condanne arrivate dall’Unione Europea in merito alla nostra politica di immigrazione, facendo riferimento (a titolo di esempio) a questo articolo di Global Voices:

Questo è un punto un po’ più delicato. La mia interpretazione è che l’unico motivo per cui a una persona dovrebbe esser consentito entrare nel nostro paese è l’aver già un lavoro. Autorizzare l’ingresso per la ricerca di un lavoro facilita l’infiltrazione di criminali. Il “buonismo” a cui si fa riferimento si può interpretare in almeno due modi:
- La presunzione di onestà degli immigrati in cerca di lavoro. Questo però non è buonismo: lo sarebbe se andasse contro l’evidenza. E l’evidenza dice che la stragrande maggioranza delle persone, nel mondo, rispetta la legge. I tassi di criminalità a livello mondiale sono calcolati in numero di reati /sospettati / denunce etc. per 100.000 persone. Una persona presa a caso ha tra il 95 e il 99% di probabilità di non essere un criminale, il che, statisticamente parlando, equivale alla certezza.
- L’accogliere chiunque bussi alla nostra porta, per principio, senza verificare se si tratti di persona ‘degna di fiducia’. Somiglia al precedente ma non è esattamente la stessa cosa, significa escludere o ignorare la possibilità che l’immigrato sia un delinquente, a priori. Questo potrebbe essere ‘buonismo’ se il lasciare il proprio paese non fosse un diritto sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, a cui l’Italia dovrebbe ispirarsi in quanto membro delle Nazioni Unite.
La richiesta di ‘frontiere più sicure’ in genere non tiene conto delle cause della criminalità, tra le quali, per altro, spesso c’è la stessa politica di immigrazione adottata dal paese ospite. Mi spiego: alla richiesta di facilitare l’immigrazione, si potrebbe obiettare che i criminali sono presenti in quota maggiore tra gli immigrati che non tra la popolazione in generale del paese in cui arrivano. E’ buffo che sfugga l’universalità del principio – cioè che valga per qualunque sia il paese ospite – cioè, non è che valga per l’Italia più che per altri paesi. E’ superfluo (dato che non serve mai a nulla) ricordare che noi stessi siamo esportatori netti di criminalità – di cui la Mafia negli USA è un successo particolarmente luminoso.
Quello che occorre tener presente è perché gli immigrati tendono a delinquere più dei residenti, e se una maggiore rigidità alle frontiere (meno ‘buonismo’) cambierebbe le cose.
Ci sono un sacco di motivi per cui ci si può aspettare che ci siano più delinquenti fra gli immigrati che fra gli aborigeni italiani (specie se escludiamo i criminali finanziari o imprenditoriali), senza tirare in ballo la ‘cultura’ o, peggio, l’etnia.

Secondo ISTAT, tra gli italiani, la quota di 18-44enni denunciati o arrestati è 3,2 volte superiore rispetto al resto della popolazione: quindi, se il tasso di criminalità fosse lo stesso, gli stranieri avrebbero il 70% in più di persone con il triplo della probabilità di essere denunciati per qualche crimine, rispetto ai residenti. In altre parole, anche se gli stranieri fossero portati a delinquere tanto quanto gli italiani, il loro tasso di criminalità sarebbe più alto solo per l’età che anno.
Ad ogni modo, tra i cittadini italiani solo l’1% viene arrestato o denunciato in un anno, mentre questa quota è del 7% tra gli immigrati. Ma mentre i media non perdono occasione per pubblicizzare la nazionalità dei colpevoli, si dimentica che gli immigrati, più spesso che i cittadini italiani, sono anche le vittime dei delitti. E questo vale anche per furti e rapine, che gli stranieri subiscono con una frequenza rispettivamente 1,4 e 0,3 volte superiore a quella degli italiani:

La quota di persone denunciate o arrestate per cittadinanza dell’immigrato non sembrano particolarmente legate alla nazionalità: ci sono più criminali o sospetti criminali tra gli immigrati tedeschi che fra quelli peruviani o polacchi, i francesi hanno la stessa quota di incriminati degli albanesi, i quali – insieme ai famigerati romeni, hanno una quota di denunciati inferiore alla media degli immigrati in generale. Quanto all’idea che ‘vengono in Italia a delinquere perché tanto sanno che non gli succede niente’, gli succede comunque più roba che ai nostri connazionali: su cento arrestati o denunciati gli stranieri sono 32, ma tra i detenuti in carcere la quota di stranieri è del 36%. Comunque:

I non cittadini italiani tendono a gravitare verso la criminalità, provata o sospetta, anche se provengono da economie cosiddette avanzate (i paesi dell’OCSE, per esempio). Mi colpisce come ogni volta questa discrepanza venga interpretata più spesso nel senso meno logico, ovvero che gli stranieri tendono a delinquere con maggiore frequenza degli italiani perché sono stranieri, non perché non sono cittadini. A mio modo di vedere, complicare l’ottenimento della cittadinanza, legando alla criminalità il decadere dei requisiti per il soggiorno, mi pare che si faciliti questa tendenza, piuttosto che combatterla.
Subordinare l’acquisizione della cittadinanza al verificarsi di determinate condizioni (anni di residenza, lavoro e fedina penale) presuppone che uno la cittadinanza, in qualche modo, se la debba guadagnare: deve esserne degno e meritevole. In particolare, dato che l’argomentazione finale del mio amico era ‘se lavori e rispetti le regole sei il benvenuto, altrimenti a casa’, l’idea è che l’immigrato non viva sulle spalle del paese ospite. Ma che cosa abbiamo fatto noi autoctoni per guadagnarci la cittadinanza? Nascere in un posto non mi sembra un gran merito. Anzi. Finché non cominciamo a lavorare, siamo dei parassiti – e lo stesso vale quando smettiamo. Gli immigrati ci arrivano invece bell’e pronti, sicché le spese per la loro educazione e mantenimento fino all’età produttiva le hanno sostenute paese e famiglia di provenienza, e l’immigrazione non è storia tanto vecchia da averne granché fra i pensionati: sempre secondo ISTAT, il tasso di inattività degli stranieri (la quota di popolazione che non lavora) è del 29%, contro il 39% degli italiani.
Mi domando se a questo punto non sia il caso di togliere la cittadinanza agli italiani che delinquono o che non hanno un lavoro – perché pure loro vivono alle spalle dei nostri lavoratori, con l’aggravante che ce li siamo mantenuti finché non hanno cominciato a lavorare, per cui il loro debito nei confronti della collettività è, rigorosamente parlando, maggiore.
Altrimenti, dobbiamo presumere che costoro abbiano una specie di ‘diritto trascendente’ ad essere mantenuti dovuti al solo fatto che hanno avuto in sorte di venire al mondo entro i nostri confini, da genitori che erano nostri concittadini. E questa, ahimé, è l’essenza del nazionalismo – che è un principio, per i motivi appena elencati irrazionale.
Insomma mi pare che l’atteggiamento più logico – visto tutto quanto sopra – nei confronti dell’immigrazione sia quello di semplificare l’accesso alle frontiere, piuttosto che quello di renderle più impenetrabili. Lo sforzo sostenuto finora per farlo mi pare pure improduttivo in termini di impatto sui flussi migratori (che hanno continuato per gli ultimi dieci anni a ritmi più o meno costanti), e castastrofico in termini di costi umani. E la lotta alla criminalità mi sembra francamente inutile senza una politica per l’integrazione nel lavoro – che è il vero stabilizzatore sociale, come dovremmo avere imparato dalla tragica storia del nostro meridione. Ma vabbeh. Se avete commenti, e specie se non siete d’accordo, c’è qui sotto tutto lo spazio per dire la vostra.