“Il proiettile che era nella tua testa ora è qui nella mia tasca.” Quanto mi fa incazzare questa frase che però allo stesso tempo mi piace un sacco!”Past To Remember” , Global Class Action, l’inizio di una canzone che parla di passato da ricordare e smisurata voglia di resistere e attivamente combattere, che non trova sfogo! Sì perchè fra i Partigiani c’era chi era pronto a prendersi un proiettile in testa pur di combattere per un mondo migliore.
Io mi arrovello in miriadi di baggianate e sto vivendo il tempo necessario per distruggere quello che la lotta ha conquistato, dalla libertà prima, ai diritti dei lavoratori più avanti. Quante seghe mentali, forse finiranno quando da perdere non ci sarà poco più di niente ormai. “Avrò mai il coraggio un giorno di alzare anche il mio pugno?”. Così termina la canzone dei GCA e la domanda la giro a tutti i compagni e amici che si rodono per trovare quel coraggio che chi è morto per la libertà con un proiettile nella nuca, fucilato dai Nazi-fascisti ha saputo trovare dando la vita per un mondo migliore!
Ecco una lista sommariamente ordinata di articoli sulle proteste che hanno costellato gli ultimi anni, a partire dalla cosiddetta ‘Primavera Araba’. Gran parte di queste proteste sono tutt’altro che altrettanto fertili, soprattutto perché una protesta di massa di successo sembra debba essere organizzata, e continua, cosa che per il momento è accaduta soltanto in Egitto – e la continuità di una protesta costa parecchio, in termini di privazioni, violenza e consenso. Tuttavia, è come se con la Primavera Araba fosse nato una specie di ‘romaticismo della protesta’ che ha restituito alla ‘manifestazione’ parte della sua antica potenza simbolica – e questo è senz’altro dovuto ai social media, e alla possibilità completamente nuova di raccogliere resoconti di prima mano e in tempo reale dagli attivisti sul campo. In generale, credo che il ruolo dei social media sia da ricercarsi in questo, più che non nella capacità organizzativa dei movimenti. A mio modo di vedere è cosa buona, e rende la protesta meno ‘aliena’ di quanto non lo sia stata negli ultimi trenta o quarant’anni – ma rimane il fatto che finché non è l’espressione di una volontà politica collettiva (più che condivisa – anche se questa è un’altra faccenda, e più complicata), della protesta rischia di non rimanere altro che qualche tweet.
Non sono miei, li ho trovati su questo articolo (che ho twittato un paio di giorni fa). Ma è un esempio di che aspetto potrebbe avere un programma di reale alternativa ai balbettii che il PD, in questo periodo, ha penosamente contrapposto all’offensiva del Movimento 5 Stelle, perché sono una alternativa in generale, non solo al Movimento. Investigherò e commenterò in seguito, se del caso, ma nel frattempo ve li traduco, per chi non avesse potuto apprezzarli in pieno nella loro versione originale. Il titolo dell’articolo è ‘Socialismo dal Lato dell’Offerta’ (Supply-Side Socialism).
Investire in educazione, specie precoce. La domanda per lavoro non qualificato è collassata, e non dovremmo scommettere sul fatto che riprenda. Invece, dovremmo cercare di aumentare il nostro capitale umano. Il che richiede interventi pre-scolastici, il miglioramento degli standard scolastici nelle regioni povere, e, magari, un’educazione semplicemente più intensiva. Se le disuguaglianze in capitale umano possono essere ridotte, avremo ridotto una delle fonti di disuguaglianza nel reddito.
Cambiare la base per la tassazione. I tentativi di tassare i profitti non funzionano. Modi migliori di tassare i ricchi e nel contempo mantenere gli incentivi al lavoro e al risparmio possono includere tasse sui terreni, sulla successione, e una tassa progressiva sul consumo.
Una banca d’investimenti statale. Personalmente, sono scettico sull’idea che le banche privino sistematicamente di fondi aziende altrimenti promettenti; sospetto che la ragione principale per il basso livello d’investimento sia la mancanza di innovazione. Ciò non ostante, dovremmo assicurarci che le poche buone idee di investimento vengano finanziate. E la maggior parte delle argomentazioni contro le banche pubbliche sono esagerate.
Un reddito di cittadinanza. Questa è normalmente vista come una politica redistributiva, un modo per aumentare il potere negoziale dei lavoratori. Però, può aumentare la produttività in almeno due modi: primo, darebbe ai lavoratori la possibilità di rifiutare lavori ‘cattivi’, e attendere fino a che non si presenti un’occasione migliore. Secondo, il maggior salario che deriverebbe dal maggiore potere negoziale obbligherebbe le aziende ad aumentare la produttività per proteggere il profitto.
Frontiere aperte. Nel breve periodo, l’immigrazione può spingere la crescita rimuovendo colli di bottiglia nel mercato del lavoro. Nel medio termine, aumenta innovazione e produttività.
Cooperative. La crisi, in molti sensi, è una crisi del managerialismo e della proprietà. I CEO che controllano le banche dall’alto si sono sentiti troppo sicuri di sé e hanno preso decisioni pessime; hanno fallito nel risolvere i problemi principale-agente (pdf) che hanno portato ad un eccessiva assunzione di rischio; e non sono stati capaci di adattarsi alle macroeconomie del terzo millennio. Gli azionisti esterni non hanno fatto nulla per impedirlo. Il che suggerisce che ci sia bisogno di nuovi modelli di proprietà. L’ovvio candidato (anche se non unico) è la proprietà dei lavoratori. Ci sono prove robuste del fatto che essa aumenti la produttività, e potrebbe portare benefici di più lungo termine anche per la crescita, in quanto aiuta a incoraggiare la cultura della fiducia.
Ridurre il peso dello stato. E’ possibile – non vado oltre – che uno stato meno pesante favorisca una crescita economica più rapida nel lungo termine. La proposta di Hopi per una spending-review a partire da zero potrebbe aver senso. Ma non si può tagliare la spesa in modo intelligente dall’alto verso il basso. Una precondizione per il taglio intelligente della spesa è affidarla ai lavoratori del settore pubblico, che sono in una posizione migliore per identificare i veri sprechi.
Macro mercati. Uno dei ruoli del governo dovrebbe essere quello di incoraggiare – magari attraverso banche nazionalizzate – la creazione di un mercato per l’assicurazione contro i rischi nel reddito. Una simile mossa potrebbe essere equa, fintantoché fosse fornita gratuitamente ai lavoratori nelle condizioni peggiori. Ma potrebbe anche incoraggiare una reale innovazione permettendo agli imprenditori di assicurarsi contro il rischio di fondo (cioè, quello di una recessione), che può impedire investimenti altrimenti produttivi.
Tè! Fanno tanta paura? E’ impossibile? C’è anche il reddito di cittadinanza, sulla cui base discutere col mostro! Essendo roba di sinistra, le proposte sono documentate, quanto a fattibilità eccetera. Non ho inclusi tutti i link ma li trovate nell’articolo originale, se volete approfondire. Ci si aggiungeva, come premessa: (1) legge sul conflitto d’interesse, (2) incandidabilità dei rinviati a giudizio, (3) legge elettorale e (4) riforma del finanziamento ai partiti, ed era una roba credibile. No? Per un sistema diverso, no? Non voglio semplificare, né svendere gli 8 punti qui sopra come un’agenda completa, ma insomma si poteva fare. Per esempio così.
L’esito delle votazioni dello scorso Febbraio ha lasciato un po’ tutti di stucco, e questa è un’affermazione che verrà contraddetta nel resto del post. Le decisioni di voto sono più o meno equamente ripartite fra astensione, Centrodestra, Centrosinistra e M5S, poi c’è un residuo che s’è votato il Centro europeista di Monti. Tutti questi schieramenti hanno la loro lettura dell’andamento delle cose e delle motivazioni degli altri, complessivamente ed individualmente. I media ci mettono la loro, che per il momento consiste (apparentemente) in uno screditamento abbastanza sistematico del Movimento 5 Stelle, attraverso la messa alla gogna dei cosiddetti ‘Grillini’, tutt’ora nel complesso abbastanza elusivi nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa. Per parte mia (che non ho votato, e non voterò M5S se mi verrà chiesto di nuovo), la tentazione è quella di cedere allo scoramento, alla frustrazione, al qualunquismo e alla sfiducia nella maturità politica del paese.
MA.
Per quanto dia fastidio che non votino tutti come dico io, tenterei di prendere coscienza di un tratto della democrazia che rimane per lo più nascosto, o meglio travisato, quando non usato attivamente dai suoi avversatori additandolo come debolezza e ‘difetto’. Potete saltare all’ultimo paragrafo se volete sapere cosa intendo senza che vi spieghi perché (secondo me) le cose stanno così. Altrimenti abbiate pazienza – si parte dal concetto di probabilità.
Abbiamo tutti un’idea più o meno intuitiva di cosa sia una probabilità. La probabilità è una misura della speranza di ottenere un dato risultato in un insieme di risultati possibili: ci riferiamo a questo, per esempio, quando parliamo della probabilità di passare indenni attraverso un campo di asteroidi o quella di ottenere ‘testa’ quando si lancia una monetina. Non avendo un cervello positronico, proseguirò con l’esempio della monetina: gli eventi possibili quando lancio la moneta sono 2: ‘testa’ e ‘croce’, l’evento ‘testa’ ha una probabilità su due di verificarsi, o il 50%.
Non tutti hanno idea, invece, di cosa sia una distribuzione di probabilità. Una distribuzione di probabilità è la descrizione del modo in cui la probabilità che un evento si verifichi cambia al cambiare dei termini dell’esperimento. Per esempio: mettiamo che, per qualche motivo perverso, si voglia scommettere che esca ‘testa’ una sola volta in un determinato numero di lanci. La probabilità che questo accada è descritto da una distribuzione di probabilità, che è quella accanto (per i nerd, si chiama ‘binomiale’).
All’aumentare del numero dei lanci (all’aumentare della complessità), l’evento su cui si sta scommettendo diventa sempre più improbabile, perché la quantità di condizioni che si devono verificare per ottenere un successo aumenta molto rapidamente: nel nostro caso, aumenta il numero di volte che deve uscire ‘croce’, se voglio che ‘testa’ esca una sola volta.
Una cosa che sembra facile da capire ma che non tutti capiscono a meno che non cerchino di capirla, è che la probabilità che un evento si verifichi non è una previsione del fatto che l’evento, poi, si verifichi. Un evento altamente improbabile si può verificare comunque: tutti gli eventi inclusi nella distribuzione di probabilità si possono verificare (e nell’approccio Bayesiano, questo modifica anche la distribuzione di probabilità che avevate usato a priori, ma questa è un’altra faccenda). La probabilità è una dichiarazione su tutti i possibili eventi del mondo, quello che poi succede è un invece un episodio che è potuto accadere solo in questo momento qui.
Non vi stupirà sapere che, nella vita reale, questo legame fra complessità e frequenza con cui un evento si verifica sembra abbastanza comune: gli eventi semplici sono molto frequenti, quelli complessi molto rari. Per esempio:
E via dicendo. Pare che l’universo intero vada in questa direzione: si chiama ‘entropia’. In generale, se si vuole alterare questa condizione occorre intervenire per far sì che gli eventi più complessi si semplifichino: se si vogliono più laureati, bisogna rendere più semplice l’accesso all’università, se si vuole meno disuguaglianza, bisogna rendere più complicato essere ricchi, se si vuole che più gente partecipi alla vita politica, bisogna semplificarne i meccanismi. Eccetra eccetra eccetra.
Cosa dice questa ‘legge’ sulla mia storia individuale? Niente. Se mio padre è ricco, per esempio, ecco che per me, laurearsi diventa più facile che non farlo e posso avere abbastanza disponibilità di tempo e denaro per occuparmi di politica anzichè dovermi trovare (e conservare) un lavoro a tempo pieno. O magari due. La legge continua a valere in quanto la mia storia sembra svolgersi lungo la linea di ‘minor resistenza’, ma in aggregato, su tutta la popolazione, questo non impedisce al mio caso di essere relativamente raro.
Ora veniamo al voto e al ‘cambiare il mondo’. Per definizione, ‘cambiare il mondo’ significa, in certo modo, far sì che ‘cose’ che oggi si verificano piuttosto di rado (per esempio, che un proletario diventi dirigente d’azienda), diventino invece più frequenti, se non addirittura dominanti. All’estremo, significa far sì che eventi che oggi non si verificano (per esempio, disporre della sovranità monetaria o di un reddito di cittadinanza, la gestione dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori), diventino possibili.
Che io possa ‘cambiare il mondo’ implica che io possa ‘fare delle cose’ le quali hanno un effetto, vale a dire, determinino cambiamenti nel sitema (la società, in questo caso) che corrispondono al mio modello di come il mondo dovrebbe essere.
Assumiamo che, individualmente, la direzione in cui andare sia chiara. Per fissare le idee, poniamo di volere la Rivoluzione del proletariato. Per calcolare una probabilità, occorre definire l’evento che vogliamo si verifichi e l’universo degli eventi possibili in modo semplice. Per esempio, fissiamo il nostro obiettivo nella redazione di una Costituzione rivoluzionaria che instauri un assetto istituzionale completamente nuovo e sancisca il passaggio di potere dal capitale ai lavoratori; e che questa Costituzione venga redatta ed adottata in Italia entro i prossimi dieci anni. Che si può fare? Ci sono diversi modi di lavorare a favore di questo tipo di cambiamento: dal più semplice, che è votare quando capita un partito che promette la Rivoluzione, al convincere i propri amici e colleghi a fare altrettanto, allo scrivere questo blog, all’impegnarsi in attività di propaganda e così via, inclusa l’attività eversiva, se volete. Ciascuna di queste modalità è tanto più rara quanto più è complessa (o resa complessa dalle regole del sistema): molte persone votano, poche piazzano bombe. Il grafico di seguito riporta la mia stima della probabilità che il nostro obiettivo rivoluzionario venga raggiunto se io personalmente mi dedicassi ad una tra una selezione di possibili attività orientate a questo scopo:
Intuitivamente, più è complessa l’attività, più è efficace: fare attivismo politico è più raro che non votare e basta, ma l’effetto dell’attivismo è maggiore di quello del voto. E invece no, perché l’effetto dell’attivismo politico dipende dal comportamento di tutti gli altri – per esempio, dal risultato di un voto: cioè da un evento raro ed estremamente caotico: vedasi la discrepanza fra il risultato dei sondaggi e quello delle elezioni, che riflette l’evolvere imprevedibile della situazione del sistema nel giro di pochi giorni. I vari ‘l’avevo detto’, lo sapevo etc. sono affermazioni metafisiche – prima equivalgono a una scommessa, dopo sono più che altro marketing.
Quale che sia il tipo di attività in cui mi impegno – la mia decisione non può logicamente essere guidata dalle mie aspettative di successo: come per il voto, che individualmente non ha nessun peso, essa è legata alla mia individuale intepretazione della storia collettiva. Ricordate Ghandi? ‘Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo’? Beh, pare che non l’abbia mai detto. Ghandi invece ha scritto:
Non dobbiamo aspettare le scelte degli altri.
L’implicazione non è che ‘chi arriva primo vince’, ma che il cambiamento collettivo è un processo complesso, non lineare e semplice. Indirizzare le scelte e aumentare la probabilità che il cambiamento vada proprio nella mia direzione si può fare, come si è visto – basta abbassare la complessità della scelta, per esempio, eliminandola. Cosa che per altro sta succedendo: Chomsky (nell’articolo linkato poc’anzi) rimarca:
[...] il sistema finanziario internazionale è cambiato [dagli anni '70], per permettere la libera circolazione dei capitali, che non era consentita nel periodo precedente. E gli economisti sapevano bene che un effetto di questo è la restrizione del numero di opzioni democratiche.
Uno Strano Attrattore – o, quello che il caos può creare
Vi ricorda niente? Non c’è alternativa? Come dice, tra gli altri, il PD? Se si vuole la democrazia, è necessario accogliere il caos. Non il disordine, la confusione o la polverizzazione sociale – ma il caos come ordine emergente e non predittibile. E’ necessario accettare che ‘la gente non capisca’, e che ad ogni tornata il risultato sia sorprendente, inaspettato, diverso.
Perché in democrazia si rinuncia ad avere il controllo completo non dell’economia (come vorrebbe, per esempio, il liberismo), ma del pensiero, dell’opinione, delle convinzioni. E se ciò accade, allorabisogna che ci prepariamo ad esser scontenti.
Il risultato delle ultime elezioni in Italia ha sconcertato tutti, rallegrato alcuni, deluso altri – e ha spaventato i mercati e la ‘comunità’ internazionale. Perché, indipendentemente da chi ha vinto, specie in questo caso in cui non ha vinto nessuno, ora tocca che finanza e lobby stiano ad aspettare, per così dire, al loro posto. Questa cosa ci verrà passata come un grande danno, come un pericolo, spingendoci a fare pressione, per esempio, per un governo bipartisan che prenda decisioni necessarie: in altre parole, che non lasci scelta. E questo è il principale indizio che quello che è accaduto da noi è Democrazia, anche se gente con gravi problemi cognitivi o la coscienza sporca si è rivotato Berlusconi. Anche se gente con scarso spirito critico che crede che la Casta sia tutto il problema del paese si è votato M5S. Anche se gente che ancora s’illude che sotto le ceneri di una dirigenza senza senso di realtà covi una base ideologica sana (tipo, me) si è rivotato Bersani (in realtà ho votato Vendola, ma alla fine è lo stesso)
Certo, il capitale ha i suoi potenti mezzi – specie quello di ‘scappare’, perché l’impegno lo chiede a te, mica se lo assume lui – come ci ha insegnato Marchionne – e il governo d’emergenza, tecnico, di larghe intese sarebbe servo suo, non nostro, perché rinuncerebbe al dibattito. E il capitale sa fare assai male. E’ la lotta di classe, per come la vedo io, non il cordiale scambio di vedute e poi comunque ci mettiamo d’accordo, di classe.
Per cui, continuerei a volerlo cambiare, il mondo – ma finché è democrazia, preferirei non sperare che il cambiamento avesse contorni netti, predeterminati, puri. O non sarebbe un bel cambiamento – anche se lo avessi progettato io. E’ improbabile.
Chi scrive è forse un pazzo che fa dell’utopia un risibile e vano tentativo di raggiungere un sogno e va oltre, ma oltre e non riesce a fermarsi tanto da chiamare “Global Class Action” la Metal-band che in realtà vorrebbe fosse “Revolution Now”.
Dopo questo preambolo, che sarebbe venuto decisamente meglio se scritto da Djmon Skrimm andiamo al sodo, o meglio dire strapazzato… avvento elettorale!
Eccoci qui sulla soglia di un altro mirabolante salto nel… voto.
Siamo pronti elettrici ed elettori?
I nostri politici e politicanti direi che si sono attrezzati di tutto punto, insomma l’1% si è più o meno democraticamente infilato in qualche lista. I buoni propositi e i collocamenti di nuovo e vecchio stampo, la destra, la sinistra chi va avanti e chi sta dietro ed è pronto ad approfittare del primo canale di classificazione che verrà coniato dalla zecca degli innovatori dell’ultimo minuto.
Tutti questi fenomeni che si fregiano di rinunce, vere o presunte, che non si definiscono Partito perchè fa brutto ecc..ecc… mettiamoci nel grugno che se eletti finiranno seduti su quei banchi dove i “vecchi” da rottamare e gli “zombie” se la spassavano!… E i nostri nuovi salvatori che governo metteranno mai in piedi, con quali numeri?
Noi elettrici ed elettori ci siamo organizzati? Porca miseria siamo o no il 99%!!!
Ora aiutatemi a stabilire come, ma il Porcellum è ancora lì e ingrasserà anche per la prossima legislatura se l’1% avrà ancora l’alibi dei numeri, delle mani legate da questo o quel saltimbanco che non rispetta l’accordo di coalizione e quindi all’onere del buon governo si sostituirà il lascivo tirare avanti col Paese che come si suole dire ha bisogno di riforme irrinunciabili e castronerie simili.
La mia previsione è che alla Camera e soprattutto al Senato ad un fantomatico PD occorrerà la lista Monti per poter avere i “numeri”, testimonianza di ciò è il Casini (sempre lui a decidere sorti di chi governa e chi sta fuori) che si mette a dare ultimatum a Bersani su come sarebbe meglio imbandire la coalizione. Insomma il solito film , lo spettro del governo che non sta in piedi, i tecnici pronti al via 3-2-1 azione e tutto ricomicia daccapo!
Qui ci sarebbe il ruolo del 99% del Porcellum che dovrebbe farsi fronte unico e non correre dietro a proposte, che una volta si dicevano liste civetta, ma di votare per chi realisticamente potrebbe vincere ed ha credenziali per governare senza improvvisare salti nel buio. Sarebbe forse il caso che il “proletariato elettore” coalizzandosi in una utopica frangia suffragio-sovversiva, auto assegni un risultato del 99% ad un Partito Unico! No dico vi immaginereste Bersani senza l’alibi di Casini, che sia costretto a governare sotto il giudizio senza appello del 99%!!! Così facendo alle prossime politiche se le promesse non saranno mantenute via il PD e si prova con un altro.
Se si volesse dare un calcio nelle balle a questa gente restando “nel sistema”, provando a combattere dall’interno, credo che un voto che assegni una maggioranza MONO-Partito e che deleghi in modo inequivocabile sia una roba che destabilizzerebbe non poco l’1% del Porcellum che di fronte a un fallimento non sarebbe altro che carne da macello!
Allora vedremo come andrà e ai posteri l’ardua sentenza! “De Bello Porcello” riporterà le cronache post voto!