Mar 272013
 
Capital

Il Fondo Monetario Internazionale da qualche hanno salta sempre fuori, in un modo o nell’altro – in particolare, è uno dei tre vertici della cosiddetta Troika, assieme alla Commissione Europea e alla Banca Centrale Europea. Date le dimensioni dell’organizzazione, c’è da aspettarselo, ma non c’è come essere iscritti al suo feed RSS per avere idea dell’intensità, della ramificazione e della frequenza dei suoi interventi, in tutto il mondo. Lo sapevate? Nel primo trimestre si è fatto un giro da noi, ‘nell’ambito del Programma di Valutazione del Settore Finanziario, che viene condotto in parallelo dal FMI e dalla Banca Mondiale, e ha dato un’occhiata allo stato di salute delle nostre banche.

Di seguito riporto la traduzione (mia) della dichiarazione rilasciata dalla missione al termine della visita, cioè ieri (26 marzo). L’originale si trova qui.

A essere onesto non ci ho capito granché, tranne il tono generale, che sembra abbastanza buono. Pare di sentir Tremonti, perché il sistema finanziario italiano ha dimostrato una notevole robustezza di fronte a una recessione nazionale prolungata e una severa crisi nel resto d’Europa. Gli interventi statali nostri sono stati minori rispetto a quelli attuati altrove, e anche se si producessero altri shock (cioè, scoppiassero altre bolle speculative) le banche sarebbero messe bene, date le riserve di capitale di cui dispongono. Rimane il problema che le banche (insieme alle assicurazioni) detengono ancora una buona parte del debito pubblico, per cui incorrerebbero in notevoli perdite se i rendimenti (i.e.: lo spread) dovesse risalire. Questo più che altro conferma perchè (e soprattutto per chi) lo spread è importante.

Ma a parte ciò, come sappiamo, il diavolo è nei dettagli, e i dettagli sono in finanziese stretto. Per esempio:

  • si parla di un ‘progresso verso l’istituzione di un’unione bancaria’. Vi risulta che ci sia qualcosa del genere in corso, al netto delle dichiarazioni d’intenti?
  • come vengono condotti gli stress test?
  • in fondo, proprio in fondo, si richiede un ‘rapido allineamento del framework di risposta alle crisi bancarie alle riforme in arrivo a livello Europeo’. Di che si parla? Mica sarà, per esempio, che l’eccezione di Cipro – data la quantità di violazioni da cui è stata caratterizzata – possa diventare una regola?

Insomma, di che si parla, di preciso, in questa dichiarazione? Immagino che – se qualche giornale dovesse fare riferimento alla notizia, dirà per l’appunto che ‘va tutto bene’, citando più che altro le frasi in grassetto che sono gentilmente fornite dal compilatore della dichiarazione. La mia domanda, in sintesi, è: siamo sicuri di sapere perché va tutto bene?

Qui e là si parla dell’attuazione dei criteri Basilea III. Trattasi di un nuovo sistema di valutazione e regolamentazione del rischio di liquidità delle banche. Ne trovate una descrizione qui (pdf), ma tenetre presente che è talmente complesso che la Banca d’Italia ha istituito un help desk per aiutare le banche ad applicarne le direttive. Secondo alcuni la complessità è il principale problema del sistema finanziario globale. Può essere: la complessità ha ucciso i dinosauri.

Riporto il testo integrale del documentino perché dubito di trovarlo altrove – e si sa mai che qualche lettore di questo modesto blog abbia un’idea più chiara della questione. Ad ogni modo vedrò di investigare, in seguito, per conto mio. Godetevi la

Dichiarazione al termine della Missione del Programma di Valutazione del Settore Finanziario (FSAP) in Italia

Una missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), guidata da Dimitri Demekas, ha visitato l’Italia dal 14 al 31 gennaio e dal 12 al 26 marzo 2013, per eseguire una valutazione nell’ambito del Financial Sector Assessment Program (FSAP). La missione si è incontrata con il Governatore della Banca d’Italia (BI) Ignazio Visco, il Direttore Generale del Dipartimento del Tesoro presso il Ministero dell’Economia e della Finanza Vincenzo La Via, il Presidente della Consob Giuseppe Vegas, il Direttore Generale della Banca d’Italia e Presidente dell’Authority di supervisione del Settore Assicurativo (IVASS) Fabrizio Saccomanni, altri rappresentanti di Bankitalia, Consob, IVASS, del Ministero dell’Economia e della Finanza e del settore privato.

Il sistema finanziario italiano ha dimostrato una notevole robustezza di fronte ad una recessione nazionale prolungata e una severa crisi nel resto d’Europa. Fin’ora, il sistema è stato in grado di superare questi shock e di fatto aumentare i depositi nazionali e raccogliere capitale addizionale. Diversamente da altri paesi, l’adeguamento del capitale si è ottenuto con un supporto modesto da parte dello stato. La stima dell’impatto suggerisce che l’applicazione dei criteri Basilea-3 lasceranno il sistema bancario nel suo complesso con un confortevole cuscinetto di capitale. L’espansione delle modalità di erogazione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea hanno anche attutito l’impatto della crisi dei debiti pubblici sulle banche e temporaneamente protetto le banche italiane dalla volatilità dei finanziamenti da parte del mercato. Il progresso verso un’unione bancaria rinforzerà questa tendenza.

Benche il sistema finanziario italiano sia stabilizzato, non è immune da rischi: il perdurare della debolezza dell’economia reale e il legame fra il settore finanziario e il debito pubblico rimangono i rischi chiave. La recessione si riflette in una bassa profittabilità delle banche e dal degrado della qualità dei prestiti. E’ diminuita la copertura di prestiti a bassa performance tramite riserve e garanzie, anche se i confronti con gli altri paesi può essere fuorviante perché le regole per la classificazione dei prestiti in Italia sono più conservative che altrove. Le previsioni a breve termine continueranno ad aggravare la profittabilità, ma è in atto un programma di ispezioni sul campo focalizzate da parte della Banca d’Italia allo scopo di invertire la tendenza nella copertura tramite riserve. Le banche con grandi quote di debito pubblico rimangono esposte a perdite e a costi di finanziamento più alti nel caso in cui gli interessi suil debito dovessero salire significativamente. Anche le compagnie d’assicurazione detengono grandi quantità di debito. Mentre gli interessi sul debito sono scesi rispetto al loro picco, la crisi in Europa non è finita.

I risultati preliminari dei test di resistenza suggeriscono che il sistema bancario Italiano nel suo complesso dovrebbe essere in grado di resistere sia a uno scenario di shock concentrati che ad uno di stagnazione prolungata, grazie alla forte capitalizzazione delle banche e al supporto di liquidità da parte della BCE. Al momento, il sitema bancario italiano nel suo complesso sembra ben capitalizzato. Le riserve di capitale al di sopra dei minimi regolamentari costruiti negli ultimi anni assorbirebbero gran parte delle perdite generate da uno scenario macroeconomico sfavorevole, anche tenendo conto l’applicazione delle condizioni Basilea III. In simili scenari, tuttavia, questi cuscinetti sarebbero completamente svuotati. In più, gli shock di liquidità del mercato sarebbero assorbiti dalla significativa quantità di garanzie disponibili.

Azioni mirate del settore finanziario irrobustirebbero le difese delle banche italiane. Il rilancio della crescita economica attraverso il perseguimento della stabilità macroeconomica, finanze pubbliche caute, e riforme strutturali di stimolo alla crescita rimangono le precondizioni più importanti per la stabilità finanziaria. Ma un contributo importante può venire da azioni mirate del settore finanziario per l’incremento delle riserve, l’aumento dell’efficienza e della profittabilità delle banche, lo sviluppo di un mercato per la dismissione di asset compromessi, e il rafforzamento dei piani di capitalizzazione e finanziamento, dove necessario. Alcune di queste azioni sono già state intraprese dalla Banca d’Italia.

Le fondazioni hanno giocato un ruolo importante come azionisti stabili di lungo termine, ma la loro presenza sistemica e il loro particolare sistema di governance richiede maggiore  supervisione. Questa si può ottenere con una regolamentazione bancaria più rigorosa in alcune aree. Ma l’impianto legale attuale dovrebbe anche essere rivisto per garantire una maggiore trasparenza, una migliore governance, una gestione finanziaria corretta, e incoraggiare ancor più la diversificazione.

La forte supervisione del settore finanziario in Italia è un pilastro critico della stabilità finanziaria. Il rispetto degli standard internazionali per la supervisione del settore bancario è alto – senz’altro, si avvicina al livello di best practice in diverse aree. Le regole esistenti sull’adeguatezza dei dirigenti e degli azionisti dovrebbero essere rese più stringenti, e all’autorità di controllo dovrebbe essere consentito imporre multe non solo agli individui, ma anche alle entità legali, e licenziare manager e membri del consiglio dirigente. I cambiamenti in corso nell’architettura di supervisione permetteranno di aumentare l’efficacia del controllo nel settore assicurativo.

L’Italia ha un framework efficace per la gestione delle crisi bancarie. Alcuni aspetti, comunque, dovrebbero essere migliorati per permettere maggiore flessiblità, incluso il rapido allineamento degli strumenti di risoluzione delle crisi con le riforme in arrivo a livello europeo.

Mar 122013
 
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Uno dei motivi per cui ‘i mercati sono preoccupati’ della situazione in Italia è che il voto, nel suo complesso non è stato solo anti-austerity, ma il fatto che il #M5S, che al momento ha in mano il boccino, è abbastanza ostile all’#Euro. Come in ogni occasione in cui ne parlo, ribadisco che non ho votato #M5S e non ho intenzione di farlo in futuro, ma uno degli (svariati) punti di debolezza del Centrosinistra è la sua difesa aprioristica della Moneta Unica – perché, come Fassina è costretto a ripetere alla nausea, por nanìn, ‘uscire dall’Euro sarebbe una catastrofe per l’Italia’, con a valle anche il luogo comune dell’imitazione del ‘modello tedesco’ in un sacco di aree (politica, economica, sociale, etc.) che invece ci farebbero star bene, dentro l’Euro.

Purtroppo per me, soprattutto, che ancora m’illudo che nel centrosinistra possa riemergere una visione, come dire, di sinistra, il PD ha la colpa di essersi impantanato nel ruolo dell’Eurista (nel senso della moneta, òviusli) bonaccione, dal quale non sembra abbia idea di come uscire, tantomeno in modo credibile.  MA deve farlo, perché l’evidenza dei fatti è l’evidenza dei fatti, e l’evidenza dei fatti è che il disastro è stato entrarci, nell’Euro.

In questi giorni mi sono messo a lavorare a un progettino per un piccolo video che visualizzi cosa è successo ai paesi Europei dal momento in cui l’Euro ha cominciato a circolare fino ad oggi, per cui mi son messo a rovistare negli archivi EUROSTAT per recuperare le serie di dati in base alle quali costruire l’infografica. Il caso ha voluto che la prima fosse la bilancia dei pagamenti, ovvero i movimenti di beni e capitali attraverso le frontiere.

Il valore netto di questo bilancio è una grandezza, in valore assoluto di Euro, che descrive se verso l’estero, nel complesso, la nostra economia è in debito o in credito. Beh, ecco:

bilancia dei pagamenti italia e germania verso il resto del mondo, dal 1995 al 2011

Eh? Eh? Sembra che sia stato premuto un interruttore. Prima l’Italia era in attivo e la Germania in passivo, poi, bam! Giusto il contrario, con la Germania che decolla. Badate che si parla di valori assoluti, cioè, rispetto alle dimensioni dell’economia tedesca, il nostro surplus era molto più importante. Siamo stati mica solo noi a subirne le conseguenze: ecco la Francia:

bilancia dei pagamenti italia, francia e germania verso il resto del mondo, dal 1995 al 2011

La Francia ha resistito in attivo qualche anno in più, poi ha seguito la nostra strada. E con lei Irlanda, Grecia, e (soprattutto) Spagna:
bilancia dei pagamenti grecia, spagna, irlanda e germania verso il resto del mondo, dal 1995 al 2011

Notate sempre che tutti questi movimenti si sono innescati prima della Crisi – è l’Euro che ci ha messo in questa situazione, non la Crisi – è a causa dell’Euro che non siamo in grado di reagire alla crisi. Notate come Spagna, Grecia e Irlanda da subito (cioè, dal 2009, non dopo anni di austerità) abbiano ridotto il proprio disavanzo (e anzi l’Irlanda è leggermente in surplus). Sono stati virtuosi? Tutt’altro, è che con le rispettive economie in caduta libera, non importano più nulla, o quasi. Dopodiché ho fatto una cosa da bifolco, che non si dovrebbe fare. Ho sommato gli avanzi/disavanzi di Italia, Francia, Grecia, Spagna e Irlanda. Non si dovrebbe fare perché il debito di uno può essere il credito di un’altro, etc. etc. Ma insomma. Ecco:

bilancia dei pagamenti italia, francia, spagna, grecia, irlanda e germania verso il resto del mondo, dal 1995 al 2011

Visto? No? Ve lo giro:

bilancia dei pagamenti italia, francia, spagna, grecia, irlanda e germania verso il resto del mondo, dal 1995 al 2011

Sarà un gran video…

Mar 102013
 
Uno Strano Attrattore - o, quello che il caos può creare

L’esito delle votazioni dello scorso Febbraio ha lasciato un po’ tutti di stucco, e questa è un’affermazione che verrà contraddetta nel resto del post. Le decisioni di voto sono più o meno equamente ripartite fra astensione, Centrodestra, Centrosinistra e M5S, poi c’è un residuo che s’è votato il Centro europeista di Monti. Tutti questi schieramenti hanno la loro lettura dell’andamento delle cose e delle motivazioni degli altri, complessivamente ed individualmente. I media ci mettono la loro, che per il momento consiste (apparentemente) in uno screditamento abbastanza sistematico del Movimento 5 Stelle, attraverso la messa alla gogna dei cosiddetti ‘Grillini’, tutt’ora nel complesso abbastanza elusivi nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa. Per parte mia (che non ho votato, e non voterò M5S se mi verrà chiesto di nuovo), la tentazione è quella di cedere allo scoramento, alla frustrazione, al qualunquismo e alla sfiducia nella maturità politica del paese.

MA.

Per quanto dia fastidio che non votino tutti come dico io, tenterei di prendere coscienza di un tratto della democrazia che rimane per lo più nascosto, o meglio travisato, quando non usato attivamente dai suoi avversatori additandolo come debolezza e ‘difetto’. Potete saltare all’ultimo paragrafo se volete sapere cosa intendo senza che vi spieghi perché (secondo me) le cose stanno così. Altrimenti abbiate pazienza – si parte dal concetto di probabilità.

Abbiamo tutti un’idea più o meno intuitiva di cosa sia una probabilità. La probabilità è una misura della speranza di ottenere un dato risultato in un insieme di risultati possibili: ci riferiamo a questo, per esempio, quando parliamo della probabilità di passare indenni attraverso un campo di asteroidi o quella di ottenere ‘testa’ quando si lancia una monetina. Non avendo un cervello positronico, proseguirò con l’esempio della monetina: gli eventi possibili quando lancio la moneta sono 2: ‘testa’ e ‘croce’, l’evento ‘testa’ ha una probabilità su due di verificarsi, o il 50%.

Non tutti hanno idea, invece, di cosa sia una distribuzioneGauss - 04 di probabilità. Una distribuzione di probabilità è la descrizione del modo in cui la probabilità che un evento si verifichi cambia al cambiare dei termini dell’esperimento. Per esempio: mettiamo che, per qualche motivo perverso, si voglia scommettere che esca ‘testa’ una sola volta in un determinato numero di lanci. La probabilità che questo accada è descritto da una distribuzione di probabilità, che è quella accanto (per i nerd, si chiama ‘binomiale’).

All’aumentare del numero dei lanci (all’aumentare della complessità), l’evento su cui si sta scommettendo diventa sempre più improbabile, perché la quantità di condizioni che si devono verificare per ottenere un successo aumenta molto rapidamente: nel nostro caso, aumenta il numero di volte che deve uscire ‘croce’, se voglio che ‘testa’ esca una sola volta.

Una cosa che sembra facile da capire ma che non tutti capiscono a meno che non cerchino di capirla, è che la probabilità che un evento si verifichi non è una previsione del fatto che l’evento, poi, si verifichi. Un evento altamente improbabile si può verificare comunque: tutti gli eventi inclusi nella distribuzione di probabilità si possono verificare (e nell’approccio Bayesiano, questo modifica anche la distribuzione di probabilità che avevate usato a priori, ma questa è un’altra faccenda). La probabilità è una dichiarazione su tutti i possibili eventi del mondo, quello che poi succede è un invece un episodio che è potuto accadere solo in questo momento qui.

Non vi stupirà sapere che, nella vita reale, questo legame fra complessità e frequenza con cui un evento si verifica sembra abbastanza comune: gli eventi semplici sono molto frequenti, quelli complessi molto rari. Per esempio:

Gauss - 05

E via dicendo. Pare che l’universo intero vada in questa direzione: si chiama ‘entropia’. In generale, se si vuole alterare questa condizione occorre intervenire per far sì che gli eventi più complessi si semplifichino: se si vogliono più laureati, bisogna rendere più semplice l’accesso all’università, se si vuole meno disuguaglianza, bisogna rendere più complicato essere ricchi, se si vuole che più gente partecipi alla vita politica, bisogna semplificarne i meccanismi. Eccetra eccetra eccetra.

Cosa dice questa ‘legge’ sulla mia storia individuale? Niente. Se mio padre è ricco, per esempio, ecco che per me, laurearsi diventa più facile che non farlo e posso avere abbastanza disponibilità di tempo e denaro per occuparmi di politica anzichè dovermi trovare (e conservare) un lavoro a tempo pieno. O magari due. La legge continua a valere in quanto la mia storia sembra svolgersi lungo la linea di ‘minor resistenza’, ma in aggregato, su tutta la popolazione, questo non impedisce al mio caso di essere relativamente raro.

Ora veniamo al voto e al ‘cambiare il mondo’. Per definizione, ‘cambiare il mondo’ significa, in certo modo, far sì che ‘cose’ che oggi si verificano piuttosto di rado (per esempio, che un proletario diventi dirigente d’azienda), diventino invece più frequenti, se non addirittura dominanti. All’estremo, significa far sì che eventi che oggi non si verificano (per esempio, disporre della sovranità monetaria o di un reddito di cittadinanza, la gestione dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori), diventino possibili.

Che io possa ‘cambiare il mondo’ implica che io possa ‘fare delle cose’ le quali hanno un effetto, vale a dire, determinino cambiamenti nel sitema (la società, in questo caso) che corrispondono al mio modello di come il mondo dovrebbe essere.

Assumiamo che, individualmente, la direzione in cui andare sia chiara. Per fissare le idee, poniamo di volere la Rivoluzione del proletariato. Per calcolare una probabilità, occorre definire l’evento che vogliamo si verifichi e l’universo degli eventi possibili in modo semplice. Per esempio, fissiamo il nostro obiettivo nella redazione di una Costituzione rivoluzionaria che instauri un assetto istituzionale completamente nuovo e sancisca il passaggio di potere dal capitale ai lavoratori; e che questa Costituzione venga redatta ed adottata in Italia entro i prossimi dieci anni. Che si può fare? Ci sono diversi modi di lavorare a favore di questo tipo di cambiamento: dal più semplice, che è votare quando capita un partito che promette la Rivoluzione, al convincere i propri amici e colleghi a fare altrettanto, allo scrivere questo blog, all’impegnarsi in attività di propaganda e così via, inclusa l’attività eversiva, se volete. Ciascuna di queste modalità è tanto più rara quanto più è complessa (o resa complessa dalle regole del sistema): molte persone votano, poche piazzano bombe. Il grafico di seguito riporta la mia stima della probabilità che il nostro obiettivo rivoluzionario venga raggiunto se io personalmente mi dedicassi ad una tra una selezione di possibili attività orientate a questo scopo:

Gauss - 06

Intuitivamente, più è complessa l’attività, più è efficace: fare attivismo politico è più raro che non votare e basta, ma l’effetto dell’attivismo è maggiore di quello del voto. E invece no, perché l’effetto dell’attivismo politico dipende dal comportamento di tutti gli altri – per esempio, dal risultato di un voto: cioè da un evento raro ed estremamente caotico: vedasi la discrepanza fra il risultato dei sondaggi e quello delle elezioni, che riflette l’evolvere imprevedibile della situazione del sistema nel giro di pochi giorni. I vari ‘l’avevo detto’, lo sapevo etc. sono affermazioni metafisiche – prima equivalgono a una scommessa, dopo sono più che altro marketing.

Quale che sia il tipo di attività in cui mi impegno – la mia decisione non può logicamente essere guidata dalle mie aspettative di successo: come per il voto, che individualmente non ha nessun peso, essa è legata alla mia individuale intepretazione della storia collettiva. Ricordate Ghandi? ‘Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo’? Beh, pare che non l’abbia mai detto. Ghandi invece ha scritto:

Non dobbiamo aspettare le scelte degli altri.

L’implicazione non è che ‘chi arriva primo vince’, ma che il cambiamento collettivo è un processo complesso, non lineare e semplice. Indirizzare le scelte e aumentare la probabilità che il cambiamento vada proprio nella mia direzione si può fare, come si è visto – basta abbassare la complessità della scelta, per esempio, eliminandola. Cosa che per altro sta succedendo: Chomsky (nell’articolo linkato poc’anzi) rimarca:

[...] il sistema finanziario internazionale è cambiato [dagli anni '70], per permettere la libera circolazione dei capitali, che non era consentita nel periodo precedente. E gli economisti sapevano bene che un effetto di questo è la restrizione del numero di opzioni democratiche.

Uno Strano Attrattore - o, quello che il caos può creare

Uno Strano Attrattore – o, quello che il caos può creare

Vi ricorda niente? Non c’è alternativa? Come dice, tra gli altri, il PD? Se si vuole la democrazia, è necessario accogliere il caos. Non il disordine, la confusione o la polverizzazione sociale – ma il caos come ordine emergente e non predittibile. E’ necessario accettare che ‘la gente non capisca’, e che ad ogni tornata il risultato sia sorprendente, inaspettato, diverso.

Perché in democrazia si rinuncia ad avere il controllo completo non dell’economia (come vorrebbe, per esempio, il liberismo), ma del pensiero, dell’opinione, delle convinzioni. E se ciò accade, allora bisogna che ci prepariamo ad esser scontenti.

Il risultato delle ultime elezioni in Italia ha sconcertato tutti, rallegrato alcuni, deluso altri – e ha spaventato i mercati e la ‘comunità’ internazionale. Perché, indipendentemente da chi ha vinto, specie in questo caso in cui non ha vinto nessuno, ora tocca che finanza e lobby stiano ad aspettare, per così dire, al loro posto. Questa cosa ci verrà passata come un grande danno, come un pericolo, spingendoci a fare pressione, per esempio, per un governo bipartisan che prenda decisioni necessarie: in altre parole, che non lasci scelta. E questo è il principale indizio che quello che è accaduto da noi è Democrazia, anche se gente con gravi problemi cognitivi o la coscienza sporca si è rivotato Berlusconi. Anche se gente con scarso spirito critico che crede che la Casta sia tutto il problema del paese si è votato M5S. Anche se gente che ancora s’illude che sotto le ceneri di una dirigenza senza senso di realtà covi una base ideologica sana (tipo, me) si è rivotato Bersani (in realtà ho votato Vendola, ma alla fine è lo stesso)

Certo, il capitale ha i suoi potenti mezzi – specie quello di ‘scappare’, perché l’impegno lo chiede a te, mica se lo assume lui – come ci ha insegnato Marchionne – e il governo d’emergenza, tecnico, di larghe intese sarebbe servo suo, non nostro, perché rinuncerebbe al dibattito. E il capitale sa fare assai male. E’ la lotta di classe, per come la vedo io, non il cordiale scambio di vedute e poi comunque ci mettiamo d’accordo, di classe.

Per cui, continuerei a volerlo cambiare, il mondo – ma finché è democrazia, preferirei non sperare che il cambiamento avesse contorni netti, predeterminati, puri. O non sarebbe un bel cambiamento – anche se lo avessi progettato io. E’ improbabile.

Feb 132013
 

Ho promesso questo post ad un mio interlocutore Twitter – qualcuno con cui ho scambiato qualche botta e risposta durante la puntata di Servizio Pubblico del 7 febbraio. In studio c’era Lara Comi, non so se avete presente. A un bel momento, nel mezzo dei suoi deliri di un nazionalismo (o direi piuttosto provincialismo) abborracciato, tira in ballo il ‘problema dei frontalieri’ tra Italia, o meglio, ciò che le sta più a cuore, Lombardia, e Svizzera – che sono trattati male dagli svizzeri, i quali li accusano di ‘portargli via il lavoro’. Al che non mi trattengo dal dir la mia:

ConversazioneSuImmigrazione - 01Al che mi vien ribattuto

ConversazioneSuImmigrazione - 02

Ok – l’accoglienza degli immigrati e il trattamento dei frontalieri non sono esattamente la stessa cosa, questo posso riconoscerlo. Ma è abbastanza chiaro qual’è la piega del discorso, credo. Quello che segue:

ConversazioneSuImmigrazione - 04

ConversazioneSuImmigrazione - 05

Appunto – l’area Schengen è un esempio. In generale, in quali paesi occorra un visto, dipende da dove si viene e dove si vuole andare – non è un assoluto. Dopodiché Schengen non è l’unica area al mondo in cui le frontiere sono aperte alle persone. Altre sono:

  • Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCCcostituito fra sei paesi dell’area (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait)
  • La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che esattamente come l’Unione Europea, nelle sue linee strategiche include la libera mobilità delle persone come fattore di sviluppo
  • La Comunità dell’Africa Orientale (EAC), al cui interno le frontiere sono completamente aperte
  • La Comunità per lo Sviluppo del Sud Africa (SADC), che ha adottato un protocollo a riguardo nel 2005
  • Un progetto simile è in corso di sviluppo tra i paesi del Corno d’Africa che partecipano all’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD)
  • Diversi accordi preferenziali (o di apertura delle frontiere) sussistono fra le 54 nazioni del Commonwealth
  • L’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN), che include dieci stati della regione
  • Il Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS), istituito fra 9 stati dell’ex Unione Sovietica (inclusa la Russia)
  • I 15 stati membri della Comunità Caraibica (CARICOM), ai cui cittadini è garantita la libera mobilità
  • La libera mobilità è stata istituita fra i paesi del Mercato Comune del Sudamerica (MERCOSUR)
  • Lo stesso vale per i quattro paesi della Comunità Andina
  • Idem dicasi per i quattro paesi aderenti all’Accordo Per il Controllo dei Confini in Centro America (CA-4)

La lista non è esaustiva: esistono nazioni che fanno parte di più accordi di questo genere, come per esempio gli stati scandinavi che, oltre che a Shengen, aderiscono ad un insieme di trattati complessivamente identificati come Nordic Recognition Network (NORRIC); accordi bilaterali o protocolli più estesi come il Visa Waiver Program degli Stati Uniti, che include 35 paesi ‘graditi’ al Segretario per la Sicurezza Interna. Persino Cina e Israele hanno i loro. A ben guardare, sembra che solo il Nordafrica non sia integrato in una qualche forma di mercato comune (e prima che si dica ‘per forza, sono arabi’, vi ricordo il succitato GCC). Per cui, dire ‘in tutto il mondo ci vuole il visto’ è un po’ semplicistico. In realtà, nella maggior parte dei casi, quale che sia il paese in cui vi troviate, è probabile che, invece, non abbiate bisogno di un documento particolare per attraversare le frontiere che è più probabile che attraversiate.

La tendenza generale è quella di alleggerire la protezione delle frontiere. Il motivo è che sono un ostacolo alla crescita economica: mantenerle costa, e impedisce alla forza lavoro di migrare verso le aree in cui le opportunità di impiego sono maggiori, aumentando la pressione sul welfare nei paesi più protettivi. L’Italia non è evidentemente in linea con questa tendenza – il che è solo coerente con l’aver avuto per buona parte degli ultimi dieci anni un partito che ha fatto della xenofobia la propria bandiera.

Proseguendo la conversazione su twitter, ho creduto di far presente le ripetute condanne arrivate dall’Unione Europea in merito alla nostra politica di immigrazione, facendo riferimento (a titolo di esempio) a questo articolo di Global Voices:

ConversazioneSuImmigrazione - 06

Questo è un punto un po’ più delicato. La mia interpretazione è che l’unico motivo per cui a una persona dovrebbe esser consentito entrare nel nostro paese è l’aver già un lavoro. Autorizzare l’ingresso per la ricerca di un lavoro facilita l’infiltrazione di criminali. Il “buonismo” a cui si fa riferimento si può interpretare in almeno due modi:

  • La presunzione di onestà degli immigrati in cerca di lavoro. Questo però non è buonismo: lo sarebbe se andasse contro l’evidenza. E l’evidenza dice che la stragrande maggioranza delle persone, nel mondo, rispetta la legge. I tassi di criminalità a livello mondiale sono calcolati in numero di reati /sospettati / denunce etc. per 100.000 persone. Una persona presa a caso ha tra il 95 e il 99% di probabilità di non essere un criminale, il che, statisticamente parlando, equivale alla certezza.
  • L’accogliere chiunque bussi alla nostra porta, per principio, senza verificare se si tratti di persona ‘degna di fiducia’. Somiglia al precedente ma non è esattamente la stessa cosa, significa escludere o ignorare la possibilità che l’immigrato sia un delinquente, a priori. Questo potrebbe essere ‘buonismo’ se il lasciare il proprio paese non fosse un diritto sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, a cui l’Italia dovrebbe ispirarsi in quanto membro delle Nazioni Unite.

La richiesta di ‘frontiere più sicure’ in genere non tiene conto delle cause della criminalità, tra le quali, per altro, spesso c’è la stessa politica di immigrazione adottata dal paese ospite. Mi spiego: alla richiesta di facilitare l’immigrazione, si potrebbe obiettare che i criminali sono presenti in quota maggiore tra gli immigrati che non tra la popolazione in generale del paese in cui arrivano. E’ buffo che sfugga l’universalità del principio – cioè che valga per qualunque sia il paese ospite – cioè, non è che valga per l’Italia più che per altri paesi. E’ superfluo (dato che non serve mai a nulla) ricordare che noi stessi siamo esportatori netti di criminalità – di cui la Mafia negli USA è un successo particolarmente luminoso.

Quello che occorre tener presente è perché gli immigrati tendono a delinquere più dei residenti, e se una maggiore rigidità alle frontiere (meno ‘buonismo’) cambierebbe le cose.

Ci sono un sacco di motivi per cui ci si può aspettare che ci siano più delinquenti fra gli immigrati che fra gli aborigeni italiani (specie se escludiamo i criminali finanziari o imprenditoriali), senza tirare in ballo la ‘cultura’ o, peggio, l’etnia.

Criminality Causes

Secondo ISTAT, tra gli italiani, la quota di 18-44enni denunciati o arrestati è 3,2 volte superiore rispetto al resto della popolazione: quindi, se il tasso di criminalità fosse lo stesso, gli stranieri avrebbero il 70% in più di persone con il triplo della probabilità di essere denunciati per qualche crimine, rispetto ai residenti. In altre parole, anche se gli stranieri fossero portati a delinquere tanto quanto gli italiani, il loro tasso di criminalità sarebbe più alto solo per l’età che anno.

Ad ogni modo, tra i cittadini italiani solo l’1% viene arrestato o denunciato in un anno, mentre questa quota è del 7% tra gli immigrati. Ma mentre i media non perdono occasione per pubblicizzare la nazionalità dei colpevoli, si dimentica che gli immigrati, più spesso che i cittadini italiani, sono anche le vittime dei delitti. E questo vale anche per furti e rapine, che gli stranieri subiscono con una frequenza rispettivamente 1,4 e 0,3 volte superiore a quella degli italiani:

quota di vittime straniere di delitti denunciati in italia sul totale delle vittime, per tipo di delitto

La quota di persone denunciate o arrestate per cittadinanza dell’immigrato non sembrano particolarmente legate alla nazionalità: ci sono più criminali o sospetti criminali tra gli immigrati tedeschi che fra quelli peruviani o polacchi, i francesi hanno la stessa quota di incriminati degli albanesi, i quali – insieme ai famigerati romeni, hanno una quota di denunciati inferiore alla media degli immigrati in generale. Quanto all’idea che ‘vengono in Italia a delinquere perché tanto sanno che non gli succede niente’, gli succede comunque più roba che ai nostri connazionali: su cento arrestati o denunciati gli stranieri sono 32, ma tra i detenuti in carcere la quota di stranieri è del 36%. Comunque:

quota di denunciati o arrestati per area di cittadinanza di provenienza nel 2010

I non cittadini italiani tendono a gravitare verso la criminalità, provata o sospetta, anche se provengono da economie cosiddette avanzate (i paesi dell’OCSE, per esempio). Mi colpisce come ogni volta questa discrepanza venga interpretata più spesso nel senso meno logico, ovvero che gli stranieri tendono a delinquere con maggiore frequenza degli italiani perché sono stranieri, non perché non sono cittadini. A mio modo di vedere, complicare l’ottenimento della cittadinanza, legando alla criminalità il decadere dei requisiti per il soggiorno, mi pare che si faciliti questa tendenza, piuttosto che combatterla.

Subordinare l’acquisizione della cittadinanza al verificarsi di determinate condizioni (anni di residenza, lavoro e fedina penale) presuppone che uno la cittadinanza, in qualche modo, se la debba guadagnare: deve esserne degno e meritevole. In particolare, dato che l’argomentazione finale del mio amico era ‘se lavori e rispetti le regole sei il benvenuto, altrimenti a casa’, l’idea è che l’immigrato non viva sulle spalle del paese ospite. Ma che cosa abbiamo fatto noi autoctoni per guadagnarci la cittadinanza? Nascere in un posto non mi sembra un gran merito. Anzi. Finché non cominciamo a lavorare, siamo dei parassiti – e lo stesso vale quando smettiamo. Gli immigrati ci arrivano invece bell’e pronti, sicché le spese per la loro educazione e mantenimento fino all’età produttiva le hanno sostenute paese e famiglia di provenienza, e l’immigrazione non è storia tanto vecchia da averne granché fra i pensionati: sempre secondo ISTAT,  il tasso di inattività degli stranieri (la quota di popolazione che non lavora) è del 29%, contro il 39% degli italiani.

Mi domando se a questo punto non sia il caso di togliere la cittadinanza agli italiani che delinquono o che non hanno un lavoro – perché pure loro vivono alle spalle dei nostri lavoratori, con l’aggravante che ce li siamo mantenuti finché non hanno cominciato a lavorare, per cui il loro debito nei confronti della collettività è, rigorosamente parlando, maggiore.

Altrimenti, dobbiamo presumere che costoro abbiano una specie di ‘diritto trascendente’ ad essere mantenuti dovuti al solo fatto che hanno avuto in sorte di venire al mondo entro i nostri confini, da genitori che erano nostri concittadini. E questa, ahimé, è l’essenza del nazionalismo – che è un principio, per i motivi appena elencati irrazionale.

Insomma mi pare che l’atteggiamento più logico – visto tutto quanto sopra – nei confronti dell’immigrazione sia quello di semplificare l’accesso alle frontiere, piuttosto che quello di renderle più impenetrabili. Lo sforzo sostenuto finora per farlo mi pare pure improduttivo in termini di impatto sui flussi migratori (che hanno continuato per gli ultimi dieci anni a ritmi più o meno costanti), e castastrofico in termini di costi umani. E la lotta alla criminalità mi sembra francamente inutile senza una politica per l’integrazione nel lavoro – che è il vero stabilizzatore sociale, come dovremmo avere imparato dalla tragica storia del nostro meridione. Ma vabbeh. Se avete commenti, e specie se non siete d’accordo, c’è qui sotto tutto lo spazio per dire la vostra.

 

Jan 052013
 
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Basta, ragazzi. Veramente. Facciamo un po’ d’ordine. Di Monti ce n’è uno, e ce le ha già fatte le proposte. La sa, lui, la storiella del neoliberismo, c’è mica bisogno di copie che somigliano ma non sono proprio identiche. So bene che è un discorso che andrebbe fatto anche al pulviscolo a sinistra del PD, ma insomma. Parlo di Oscar Giannino, ovviamente, e del suo Fare per Fermare il Declino. Intanto avrebbe potuto scegliere un nome, per il suo movimento, che non facesse rima – eppoi, già dalla sua dichiarazione, mi sembra un obiettivo limitato: fermato il declino, siamo a posto? Tipo ‘rilanciare la crescita’, visto che a voialtri della sostenibilità importa poco?

Le dieci proposte del movimento, se non le avete già lette, sono le seguenti:

  1. Ridurre l’ammontare del debito pubblico
  2. Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni
  3. Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni
  4. Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali
  5. Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti
  6. Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse
  7. Far funzionare la giustizia
  8. Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne
  9. Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni
  10. Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo

Molto cool, ma si poteva fare meglio. I primi cinque punti, per esempio, potevano essere ridotti a uno solo. Suggerisco:

Ridurre il debito pubblico vendendoci tutto quello che abbiamo, e sperare che chi compra usi quello che ha comprato per investire. Tipo, qui in Italia. Speriamo. Per piacere.
Perché più che altro il Manifesto del movimento ci riscalda la minestra dello stato più piccolo e viva il privato, che ormai ha quarant’anni e guarda dove siamo. Giannino mi dice che
  • Dal punto di vista della finanza pubblica, l’Italia ha oggi due priorità: abbattere il rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo (Pil) e ridurre la pressione fiscale;
  • Per conseguire il primo obiettivo, è necessario portare il bilancio strutturalmente in surplus, quindi ridurre le spese e/o aumentare le entrate;
  • Per conseguire il secondo obiettivo, la spesa deve essere ridotta in misura almeno pari al taglio delle imposte;
La spesa pubblica vale oltre il 40% del PIL, se la si riduce il PIL segue a ruota. E’ aritmetica. A meno che il privato (cioè, a scanso di equivoci, investimenti E spesa delle famiglie) non crescano a un ritmo più veloce rispetto a quanto cala la spesa pubblica. E con il debito legato al fatto che dobbiamo tenere in piedi un sistema bancario che non eroga credito né alle aziende né alle famiglie, un quarto delle quali sono a rischio di povertà, la vedo un tantinino dura.
Ma Oscar dimentica anche che dai tempi di Reagan e della Thatcher il mondo è cambiato, e abbastanza. La tragedia dell’Euro dimostra che la seguente favoletta, secondo la quale la concorrenza
  • fa calare i prezzi, in quanto uno degli strumenti attraverso cui le imprese possono accrescere la loro quota di mercato è conquistare nuovi clienti offrendo occasioni più convenienti;
  • spinge le aziende a investire per migliorare e differenziare i loro prodotti o servizi, incrementandone l’efficienza e la produttività;
  • incentiva l’innovazione, consentendo di creare nuovi mercati e ampliare la libertà di scelta dei consumatori;

è per l’appunto una favoletta. Prevede, per esempio, che la nostra economia sia indipendente dalle altre: cosa che non è prima di tutto per via della nostra inclusione nell’Unione Europea, e in generale per un trend non nuovissimo di cui il nostro avrebbe dovuto sentir parlare, la globalizzazione. Prevede anche che non ci sia innovazione: la privatizzazione della telefonia ha abbassato i prezzi? E chi può dirlo, se quando è cominciata gran parte dei servizi che ora ci sono all’epoca neppure esistevano? Tipo Internet, per non parlare del cellulare? Ad ogni modo, se i prezzi calano le aziende devono aumentare sì la loro produttività, ma quello che abbiamo visto in questi anni (e non parlo solo della crisi – pensate alla frenesia di fusioni dell’inizio del 2000), non è stata l’innovazione, ma piuttosto un meccanismo simile a quello che racconta il Marchionne di Crozza: secondo lei, è più facile: produrre un’auto nuova, che funziona, che dura, che piace; o licenziare diecimila operai? La storia dell’innovazione non dovrebbe più far ridere nessuno: mentre la SIP ha cablato tutta l’Italia, la fibra ottica in tredici anni non è andata oltre un paio di città. Perché? Perché non conviene, e perché convenga servono incentivi, cioè, altri soldi pubblici.

Come tutti i propugnatori di modelli di questo genere, Oscar dimentica la simmetria della situazione: se i prezzi calano e il profitto rimane quello che è (o aumenta, altrimenti il privato non ha incentivi), sono i lavoratori a pagarne le conseguenze, in termini di più lavoro a parità di costo. E i lavoratori, ahimé, sono anche consumatori, cioè quelli che i prodotti li dovrebbero acquistare. A meno che uno non accetti che la possibilità di accedere a beni e servizi sia riservata a chi se lo può permettere (a chi se lo merita, direbbe probabilmente Giannino).
Quanto alla fantasia di ridurre il debito dismettendo beni (e servizi) pubblici: pensateci bene. Il patrimonio pubblico non è solo un peso morto, è una rendita. Via il patrimonio, tutto quello che arriva è un’ondata di liquidità che viene inghiottita dalle banche, e quando è passata non c’è più neanche la rendita, e siamo punto e daccapo, con meno mezzi. Perché, invece credete che gli acquirenti investirebbero questo patrimonio? Come fanno con gli immobili vuoti dell’immenso distretto residenzial-direzionale di Porta Nuova a Milano? Oppure attaccherebbero a speculare e a smembrare, rivendere, esternalizzare e perché no, vendere all’estero? Perché il capitale non è granché patriottico, lo sapete. Se gli si fan pagar tasse, è mica come i cittadini che rimangono e lavorano, lui se ne va. L’unico che guadagna dal capitale è il capitale, funziona così, è il suo bello. O no?
Insomma, c’è l’ha già raccontata Monti, questa storia – non c’è granché di nuovo rispetto a lui, e in Monti non c’è granché di nuovo rispetto alla medicina che abbiamo capito che dobbiamo ingollare, volenti o nolenti, che se non funziona è che non ne abbiamo avuta abbastanza. Ma almeno, ragazzi, fate finta di abborracciare delle novità. Guardate, per esempio, il Partito Pirata, per farvi venire un po’ d’ispirazione neo-borghese: parlate un po’, che so, di copyrightproperty rights, di public domain e di quelle robe lì, che è più facile tirar su consensi a buon mercato. Fate i ggiovani, almeno. E’ solo un suggerimento. Ciao, eh.

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